martedì 22 aprile 2008
Masked & Anonymous: Don DeLillo

«Mi sbaglio o sono trent'anni che non esce una tua fotografia da nessuna parte?»
«Scott lo sa con precisione.»
«E insieme avete deciso che è venuto il momento.»
«Be', è una bella seccatura sapere che la gente la fa tanto lunga in proposito. Quando uno scrittore non mostra la sua faccia, diventa un sintomo locale della famosa riluttanza di Dio a farsi vedere.»
«Ma per molta gente è stimolante.»
«Sì, ma viene anche scambiata per un'orribile forma di arroganza.»
«Ma siamo tutti attratti dall'idea della lontananza. Un posto difficile da raggiungere è necessariamente bello. Bello e un po' sacro forse. E una persona che diventa inaccessibile ha una grazia e una pienezza che il resto di noi le invidia.»
«Il mondo dell'immagine è corrotto, ecco un uomo che nasconde la sua faccia.»
«Sì» disse lei.
«La gente può anche essere incuriosita e attratta da questo personaggio ma prova anche una certa irritazione nei suoi confronti e sotto sotto si fa beffe di lui e vuole sporcarlo, vedere la sua faccia distorta per la sorpresa e lo spavento quando il fotografo sbuca da dietro gli alberi dove si era nascosto. In una moschea, nessuna immagine. Nel nostro mondo, invece, ospitiamo l'immagine, la mangiamo, le rivolgiamo le nostre preghiere e la indossiamo anche. Lo scrittore che si rifiuta di mostrare la sua faccia invade un territorio sacro. Usa gli stessi espedienti di Dio.»
«Forse è soltanto timido, Bill.»
[Tratto da Mao II]
Pubblicato da
Hector Luis Belial
alle
19:17
0
commenti
Etichette: Libri di gente che sa scrivere davvero, Masked and Anonymous
sabato 19 aprile 2008
Masked & Anonymous: Valerio Magrelli
Perciò che importa
vedere dietro la filigrana,
se io sono il falsario
e solo la filigrana è il mio lavoro.
[Tratto da Ora Serrata Retinae]
Pubblicato da
Hector Luis Belial
alle
13:44
0
commenti
Etichette: Libri di gente che sa scrivere davvero, Masked and Anonymous
lunedì 11 febbraio 2008
L'Uomo che Cade - La Recensione di Belial
Che cosa c'è da aspettarsi da un uomo di settantadue anni? Da un autore che già da molto tempo è considerato tra i più grandi, nel suo paese e nel mondo? Da uno scrittore che, per la sua forza profetica, per la sua capacità di fondere finzione e realtà, per opere monumentali come Underworld, potrebbe tranquillamente portarsi a casa un Nobel per la letteratura?
Un'opera senile, verrebbe da dire. Un capolavoro stanco, senza più invenzioni, tematiche già esaurite nelle pagine di un passato profetico (Libra). Tanto più dopo la mezza stroncatura apparsa sul New York Times e firmata dal premio Pulitzer Michiko Kakutani.
Ma francamente, L'uomo che cade, è un romanzo di tale potenza da farci seriamente sospettare che anche il New York Times, di tanto in tanto, spari delle gran stronzate.
In queste 257 pagine, d'accordo, non c'è il DeLillo tagliente ed ironico di Rumore Bianco, né quello, titanico e inarrivabile, di Underworld. Eppure L'uomo che cade va classificato, più che nel declino della senilità, nel pieno della maturità dell'autore italoamericano.
Sarebbe riduttivo dire che DeLillo ha raggiunto la più alta padronanza nell'arte della parola scritta; ogni capitolo di questo romanzo ha la solidità del classico e la forza di un'autorialità collaudata ed inimitabile. Ma nell'Uomo che cade DeLillo si dimostra soprattutto maestro del non dire.
I rischi di trattare la questione dell'11 Settembre sono infiniti. Tanto più per un autore americano e Newyorkese. Aderire alla teoria del complotto? Negarla completamente? Demonizzare i terroristi? O magari umanizzarli? Essere apologetici nei confronti di Bush e della guerra? O piuttosto del mondo islamico?
Oliver Stone ha scelto di non fare niente di tutto questo, regalandoci un film del tutto inutile.
Don DeLillo ha scelto di non fare niente di tutto questo, sfruttando il nostro inconscio collettivo; non ha bisogno, DeLillo, di mostrare quello che tutti abbiamo già visto nell'infinita esposizione mediatica delle stesse immagine di morte. Il gioco di ellissi, di metafore, di rimandi e di invenzioni come Bill Lawton, o l'anonimo perfomance artist) ha una forza tale che l'autore può permettersi il lusso di non nominare mai l'evento su cui il romanzo è imperniato. Non si tratta di politica, né di giornalismo o di speculazione. Questa è letteratura.
Certo Don DeLillo ha già scritto grandi pagine sul terrorismo, sulla dissoluzione dell'impero americano, sulla crisi della famiglia, sul gioco d'azzardo, sulla morte. Ma questo nulla toglie al valore dell'Uomo che cade. Quando, fra molti anni, le opere di finzione ispirate all'11 Settembre 2001 riempiranno intere biblioteche, questo sarà uno dei libri che vorremo ricordare, quello che torneremo a leggere e rivalutare. Con buona pace del New York Times.
Grazie, Donnie.
Pubblicato da
Hector Luis Belial
alle
17:33
1 commenti
Etichette: Libri di gente che sa scrivere davvero, Recensioni
martedì 29 gennaio 2008
Don DeLillo - L'Uomo che Cade
E' uscita oggi l'edizione italiana dell'ultimo romanzo del vecchio Donnie. Nei prossimi giorni la recensione di Belial, il quale si trova, attualmente, nella Bolivia sudorientale. Stando alle dichiarazioni ufficiali, le motivazioni di questo improvviso viaggio sarebbero ricollegabili ad "estese piantagioni di caffé", "incalcolabili vantaggi fiscali" e "señoritas alquanto discinte".
Pubblicato da
Hector Luis Belial
alle
17:54
0
commenti
Etichette: Libri di gente che sa scrivere davvero
