martedì 6 ottobre 2009
Racconti: La Città della Convenienza
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La città della convenienza sorge al centro di un deserto circolare e piano. Ampie, interminabili autostrade attraversano le distese sabbiose. Sono linee d’asfalto incandescenti e dipanate a raggiera lungo i punti cardinali assodati e supposte. Tutte convergono tutte nel grande anello che circonda la città della convenienza. Il pedaggio è modico.
Le origini della città sono dimenticate, quelle del deserto, sconosciute. Generalmente si attribuisce la paternità del deserto all’occhio infuocato di Dio, e quella della città all’ingegno dell’uomo. Ma non manca chi suppone che sia stato l’uomo a creare il deserto, la città, Dio. Si mormora inoltre che la città abbia spianato il deserto attorno a sé nel corso dei secoli.
La città della convenienza è un groviglio urlante di prezzi ed asfalto, panchine verdi scrostate davanti a vetrine scintillanti, parcheggi sotterranei, bancarelle, aria condizionata. Gli altoparlanti sono installati sotto i tombini e sopra i lampioni, dietro le luci dei semafori, sui tetti dei tram che passano sferragliando. Alcuni quartieri periferici non sono ancora raggiunti dall’impianto; quelle strade sono allora battute da uomini sandwich che urlano a squarciagola e si fustigano impietosamente il petto fino a stramazzare al suolo.
Che prezzi! È la città della convenienza. Qui il tuo danaro ha valore, qui puoi sempre risparmiare, sconti saldi offerte a volontà, non perdere l’opportunità, prezzi, ma che prezzi, prezzi bassi prezzi pazzi, prezzi stracciati prezzi rovinati, dura la vita per un prezzo, prezzi a ribasso prezzi all’ingrosso, un buon prezzo si deve tagliare, si deve tagliare, dividere, umiliare, trenta cinquanta settanta percento. Paghi tre prendi due, paghi sei prendi nove, nuovo!, il nuovo al prezzo dell’usato, e l’usato è sempre garantito. Il nuovo risparmio è spendere bene, spendere meno spendendo meglio, alla città della convenienza. I prezzi cattivi non sopravvivono, vengono licenziati, cancellati, mandati al macero. La notte i prezzi sognano di cadere in un grande ovale bianco, solidamente bordato di nero, e di precipitare in eterno, senza mai toccare il fondo.
Il quartiere dell’abbigliamento è illuminato a giorno da grandi falò allestiti su piedistalli d’argento e cristallo, e alimentati perpetuamente con i capi delle stagione passate. Ora è di moda la tinta zigomo: le vetrine traboccano di calzini zigomo, cappelli zigomo, giacche zigomo, mutandoni di lama zigomo, guanti zigomo, cappotti zigolo, stringhe zigomo per scarpe zigomo, cinture zigomo su jeans amaranto. L’amaranto si abbina molto allo zigomo. La scorsa stagione andava un altro colore, il lucciola. Ha sbancato, ma poi è stato deprezzato, ribassato, strascontato. I fondi di magazzino sono giù stati inceneriti. Ora i capi color lucciola sono rarissimi; se ne vende qualcuno nei negozi di abbigliamento vintage, ma i prezzi sono proibitivi. Per la stagione a venire non si esclude un ritorno di fiamma del lucciola.
Il cuore del quartiere della moda ospita tutte le grandi firme. La concorrenza è spietata, non solo tra uno stilista e l’altro, ma tra uno stilista e i suoi imitatori. Il famoso designer Buzzini ha aperto una fabbrica in Cina per produrre i falsi della propria collezione. Ora le imitazioni autentiche di Buzzini spopolano nella città della convenienza. «Questo dimostra che posso creare imitazioni di Buzzini meglio di chiunque altro», ha commentato lo stilista.
Il quartiere degli spettacoli è scintillante. La strada è costellata di Elvis morti e di bambole gonfiabili di Marilyn. I cinema proiettano tre film al prezzo di uno, e sono sempre film a colori, consunti, col finale che fa piangere di gioia. Cabarettisti sdentati e flaccida prime donne si ammassano sui palcoscenici di varietà. Attori comici rovinati da scandali sessuali, rockstar ultrasessantenni, maghi televisivi caduti in disgrazia siedono per strada, dentro cabine di vetro attrezzate con un cesso e un piccolo frigorifero. Il prezzo per gli autografi sta scritto su un cartello di cartone che tengono appeso al collo. Alcuni si fanno fotografare in cambio di un bicchiere.
Modelle ingrassate e soubrette dai culi cascanti cantano in playback in orchestrine da ristorante, si travestono da scoiattoli giganti, o imparano a sputare fuoco. I marciapiedi davanti alle sale cinematografiche pullulano di petomani e di clowns. Guidano velocipedi senza manubrio e con una ruota sola. Hanno scoperto di riscuotere più monete e risate quando rovinano a terra, purché il costume sia abbastanza colorato da distrarre il pubblico dal sangue lasciato sull’asfalto.
I clienti si affastellano per le strade strabuzzando gli occhi, sudando e sorridono compulsivamente, le braccia distese lungo i fianchi, borse cariche di merce in ciascuna mano. Fiumi di passanti ingombrano le strade fino all’intollerabile. I bambini gridano a squarciagola oppure sghignazzano battendo i denti fino a farseli saltare fuori dalla bocca. I genitori hanno scoperto che tacciono quando li fanno ingozzare di hamburger.
Gli abitanti della città della convenienza soffrono di disturbi della personalità non diagnosticati, ma nessuno ci fa caso. Di giorno lavorano come grossisti, commessi o caporeparto. Sono pagati a giornata. Alla sera si riversano per le strade del quartiere a luci rosse. Impilano cassette di frutta l’una sull’altra fino a ottenere squallidi palchetti, sui quali imbandiscono aste improvvisate. Vendono la moglie, la madre e la sorella. L’asta è frenetica: non appena il banditore si è sbarazzato della merce, corre a un’altra asta, sventolando i soldi appena guadagnati, e urla il suo rilancio fino a comprare la moglie, la madre o la sorella di un altro banditore. Il denaro e le donne passano furiosamente di mano in mano, fino al mattino.
Chi non ha denaro né parenti di sesso femminile si dedica a commerci più miserevoli: lo zoppo compra l’occhio del muto, il cieco si svende i capelli. Le più efferate varianti della roulette russa si consumano nei vicoli più squallidi, nei salotti tappezzati di pelle, e su certi innominabili giardini pensili.
Sono sorti nuovi grattacieli e hotel di lusso, alla città della convenienza. Il comune sostiene che la grande macina di carne umana è in costruzione, promette che entrerà in funzione quanto prima. Ma l’ubicazione del cantiere è segreta, e alcuni hanno iniziato a sospettare: forse la macina è sotterranea, oppure invisibile. Forse si trova nell’aria tutt’intorno alla città, ed è già in funzione da molti anni.
venerdì 25 settembre 2009
Racconti: La Camera degli Echi
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Nella camera degli echi, un bisbiglio diventa un urlo, una piuma pesa quanto un macigno, una scintilla provoca istantaneamente un incendio. La leggenda è tanto nota quanto corrotta, dopo secoli di trasposizioni capziose, deliberatamente incorrette, o voluttuosamente fantasiose. Tutt’oggi manchiamo di una bibliografia soddisfacente sull’argomento. Siamo ancora costretti a rifarci agli studi di Voitiov, già annosi, e per di più circoscritti alle versioni russe della narrazioni, ma quantomeno puntuali nel riconoscere le due vulgate principali.
Nella prima versione, la più ovvia, la camera amplifica ciò vi si diffonde all’interno. Le pareti non si limitano a rimandare il suono, ma ingigantiscono il peso, la temperatura, il colore, il sapore, e qualsiasi altra proprietà fisica degli oggetti che vi sono posti. Basta immettere un fiocco di neve, e la camera si fa gelida; un soffio di fiato genera un ciclone, ed è meglio prestare attenzione all’acqua: una sola goccia, cadendo sul pavimento, provoca l’allagamento del locale. La camera non aumenta però la quantità degli oggetti: è celebre l’episodio del servo che tenta, all’insaputa del Re, di decuplicare una moneta d’oro ricevuta in dono. Non solo la camera non moltiplica la sua ricchezza del servo, ma rende la moneta accecante e tanto pesante che sette cavalli non riescono a smuoverla da terra.
Molte delle fiabe catalogate in questa categoria vogliono la camera altresì capace di accrescere le emozioni di chi vi si rinchiude. Queste storie giustificano l’edificazione della camera degli echi come raffinata sala di torture o di piaceri. Il prigioniero innamorato diventa ossesso, il melanconico depresso, il violento masochista e poi suicida. Chi non muore per l’esasperazione del proprio sentire esce dalla camera degli echi in preda a gravi squilibri mentali. Non mancano però storielle erotiche – ed esotiche, spesso, ambientate in Arabia o nell’estremo Oriente – nelle quali la camera è teatro di banchetti e celebrazioni orgiastiche, durante le quali i piaceri della gola, dell’ebbrezza del corpo sono portati al parossismo. Molte tra queste ultime narrazioni hanno sapore rabelaisiano e comico, ma non mancano i finali moralistici (con l’inevitabile comparsa del demonio) e le autentiche tragedie, nelle quali l’orgia nella camera degli echi è la decadente e disperata conclusione di un lungo assedio, e un preludio all’inevitabile morte.
La seconda vulgata include le storie che vogliono la camera degli echi come una sorta di cabina di ascolto, nella quale le pareti ripetono alle orecchie del Re quanto si dice in ogni angolo del regno. In queste storie la camera è spesso il dono di un demone, di uno stregone, di un malvagio consigliere o di un sinistro alleato. È facile riscontrate una struttura comune alle fiabe del secondo tipo: il Re dapprima utilizza la camera in maniera fruttuosa, smascherando complotti a suo danno, infedeltà coniugali o avanzate di eserciti nemici grazie alle proprietà magiche delle pareti. Ma in seguito, la camera diventa dannosa: le voci che ripete giungono irrimediabilmente deformate. Ascoltandole, il Re manda a morte un innocente, muove guerra ad un regno amico, ripudia una moglie fedele. Il finale include in genere – ma non sempre – il riconoscimento da parte del Re del proprio errore, la demolizione della camera degli echi e la punizione del suo costruttore.
La descrizione della camera è quasi sempre insoddisfacente. Ne ignoriamo sempre le dimensioni, e in molti casi, anche l’ubicazione. In alcune storie la camera è ricavata in una caverna nel cuore di una montagna, in altre, costruita in una segreta sotto le fondamenta del palazzo. Non mancano camere degli echi sfarzose e riccamente arredate, ma siamo più spesso portati ad immaginarle completamente spoglia. In una celebre versione del XVII secolo, la camera degli echi è rivestita di specchi d’argento, appartiene alla Regina di Saba, ed è nota come “camera delle vanità”.
La camera degli echi moderna sarà realizzata con l’applicazione delle più moderne tecnologie. Ancora non sappiamo se somiglierà più alle camere descritte nella prima o nella seconda vulgata: è probabile che potremo passare da una funzione all’altra tramite un pratico telecomando. Le prime camere degli echi funzionanti saranno installate in alberghi di lusso e parchi di divertimento, ma non si escludono versioni per l’uso domestico. Anzi, già si pensa alla miniaturizzazione, con versioni da salotto e addirittura tascabili. La camera degli echi del ventunesimo secolo, di fatti, sarà minuscola e prodotta in decine di milioni di esemplari, oppure unica, gigantesca, e in grado, grazie all’ausilio di una rete di satelliti, di inglobare l’intero pianeta.
venerdì 4 settembre 2009
Racconti: Kontroll
Prosegue la belializzazione degli scritti del Malabaila - i testi saranno infine raccolti in appendice al Meridiano (volume secondo) che compila "romanzi e racconti" dell'autore torinese. Questa volta è il turno del romanzo "L'amore ci farà a pezzi", riscritto nel rispetto di quell'efferata tradizione postmoderna che consiste nel dar voce ai di personaggi marginalizzati nel testo originale, assumendone il punto di vista... [Pdf]
Puonciorno. Io zono Gunter Adolf Van Wolfensteinschloß, barone di Döppeldunkelbier. Io fiene fostro paese maccaroni Italia per fare Fendetta!
Io fiene e fa akkampamento in kampagna fuori città di Thorino. Io dorme in tenta prestata da Zio, tenta originale di ufficiale tetesco 1939, molto pella dekorazione di swastika sopra tenta di Zio. Qvuesta mattina Io prepara pikkola kolazione a pase di würstel cinkiale und scatola krauten bier, qvando un intigeno zi introduce in akkampamento. Supito itentifiko lui: fecchio fumatore di Pipa, nome Ricoperto Cammarino forse italiano terrone kollezionista und rifenditore di antikvariaten, oder ex fassista tratitore italiano spia. Esso osserfa mit ammirazione mein felifolo perzonale – fedele replika di aeroplano Messerschmitt Bf 109, io stesso coztruito con mie mani in età di funfzig jahre – und pella tenta di Zio, kompletamente reztaurato.
Io kontento lui ammira mio eqvipaggiamento, aber qvando lui difenta troppo kurioso, qvando lui guarda mia Makkinadimorte, allora Io punta lui in faccia mia Luger P08 di 1944 – semiautomatika und perfettamente funzionante. Esso tomanta ze Io kollezionista di ropa del Terzo Reich, ke kosa, urlo, Io sono Terzo Reich! A kvel punto fecchio fumatore italiano di Pipa fucce attraverso kampi cade in fango e urla mentre Io spara lui attosso und rito molto di lui. Poi Io mangia kolazione und intossa astuto trafestimento.
Ora Io foglio parlare di meine fidanzata und futura sposa Monika. Monika è Fräulein di non nopile famiglia aber pura razza ariana. Monika cioca Tennis. Monika è puona racazza, puona dice voi italianen qvando Fräulein ha große tette, ja? Monika molto puona racazza.
Però Monika non puona con Me, Monika mette me Korna. Und non dice korna piccole di kapretto, nein, grande Korna, grandissima Korna di Steinbak, di renna di Finlandia. Io non kapisce perché lei mette me Korna. Io è Übermansch. Io muskoli wunderbar, ja, Io spacca Montagna Incantata mit una sola Mann, Io intellighenzia superiore, Io Inceniere militare aeroautika, jawohl!, Io infinita ricchezza, infinito tanaro, capisce? Und Io grande motestia, anke.
Aber Monika mette me Korna. Qvando Monika gioca tennis in Italia, io rimane in kastello di famiglia in Döppeldunkelbier, aber sempre manda schpie perché segue Monika, Io sempre fuole Kontroll. Un ciorno Io è in torre ofest di Kastello, Io lafora a nufa makkina praezision, Makkinadiskuoiacinkiale, ja? Poi giofane paggetto Filipp pussa a mia porta und dice Monika mette me Korna, dice Monika mette te korna con manciaspachetti! Io allora fa Sturm und Drang, io prente giofane paggetto Filipp per piondi capelli und scarafenta lui giù di torre ofest di Kastello. Io decide buttare anke Monika giù di torre ofest, aber Nonno Sigrifido dice no Gunter Adolf, tu non ti arrappia kon tonna, dice Nonno Sigfrido, è normale che tonna mette te korna, spieca Nonno Sigfrido, tutte tonne è skvaltrine!
Io zupito kapisce grande racione Nonno Sigfrido, aber Io non fuole grosse Korna in testa, Io fuole Sturm und Drang fare und supito. Allora Nonno Sigfrido da me lipro, non lipro Tetesco, amerikanolipro! Io domanda a Nonno perché lui dà me lipro di nazione perfertita und piena di kospirazione epraica, in amerika ogni tonna è prostituta und ogni uomo pederasten, ma Nonno ortina lecci qvesto lipro Der scharlachrote Buchstabe.
Io allora lecce storia di doktor Chillingworth. Doktor Chillingworh apita in prutto regno di Pretagna, aber possiede moglie in amerika. E kvando doktor Chillingworth va amerika, trofa moglie ha messo lui grandi, grandissime Korna di toro kastrato. Ora Moglie ha Figliadialtrouomo aber nessuno sa ki. Per fortuna doktor Chillingworth grande intellighenzia, lui supito scopre ke amante sua Moglie è in realtà Prete. Allora cosa fa doktor Chillingworth? Fa lui Sturm und Drang? NEIN! Doktor Chillinworth grande pazienza. Lui difenta amiko und mediko di Prete, lui ciorno dopo ciorno affelena Prete. Doktor Chillingworth è qvasi meglio di doktor Faustus, und dopo qvalke anno di feleno Prete finalmente muore.
Io kapisce grande insegnamento di lipro amerikano und non lafora più Makkinadiskuoiakinchiale. Io fa altra makkina più perfetta, makkina di astuta Fendetta, Makkinadimorte. Intanto schpie da me tutta informazionen su mio affersario. Esso non è Prete, esso finge se stesso Giocatore Tennis und Schrittore, aber è soltanto vile doncifanni italiano latino, uomo chiamato con nome di tonna Andrea. Spie dice me ke lui mai askolta musika di uomo (Wagner oder Rammstein), no, lui askolta decenerati Öasis di regno pritannico. Schpie dà me foto di lui a concerto di Gut Charlotte, lui paca piglietto di Gut Charlotte, lui mostra se stesso senza fergogna in pubblico di Gut Charlotte! Das ist inaccettabile!!! Io guarda sua foto: esso tince suoi capelli biondo und kolora sua faccia pianco, aber io fede chiaramente segni di giudaismo mescolato kon negro und russo sangve stalinista. Io sorprende Monika non capisce lui finto ariano!
Dunqve io lafora ciorno und notte a Makkinadimorte, e qvanto fede lei funziona molto pene, supito karika lei su mio Messerschmitt replika und schnell fola a fostro paese Italia – dofe Europa inizia somigliare Afrika. Io installa ratiotelefono di kampo, autentiko di 1942, und telefona Andrea. Lui rizponde Pronto, io dice Puociorno. Io allora dice lui mio fintonome, Johan Schmidt, Io dice lui Io sono rappresentante di Spielberg GmbH, grande ditta tetesca di Makkinedisportprofessionalen. Io presenta lui nuofo prodotto, makkina di allenamento tennis, nuofa Makkinasparapallinen. Io dice Spielberg Gmbh fuole lui per testimonial pupplicità italiana Makkinasparapallinen; Io dice se tu fiene domani in Kampotennis Thorino ore Qvindici noi fotografa te poco e paca te molto Euro. Und Andrea cade in astuta trappola, natürlich.
Kosì io va in Kampotennis Thorino ore Qvattordici und installa Makkinasparapallinen und Fotokamera. In qvesto moto, kvando Andrea arrifa, lui penza che makkina spara pallinen e lui colpisce pallinen con rakketta, come normale allenamento Tennis. Aber qvesto non è normale allemento tennis und Makkinasparapallinen è in realtà Makkinadimorte apilmente kamuffata! Io tolto pikkolo motore di Makkinasparapallinen elettriko und messo grosso tetesco Motore Porsche potenza 3000 penzina. Kosì kvando Makkina spara pallina (io ha riempito molta pallinen mit piombo fuzo) Andrea non ripatte palla con rakketta, no! Palla puca rakketta! Palla puca praccio di Andrea! Palla puca suo petto, und fa esplotere sua testa, und pezzi di cerfella fola per tutto Kampotennis Thorino. Intanto io fotografa sua sangvinosa morte und rite. Prima ke arrifa maccarone di Polizei italiana io già fola su mio molto pello Messerschmitt replika sopra Alpen, e kvando io atterra in Döppeldunkelbier fa grande panketto Birra salsiccia puttane.
Qvesto è il piano. Aber ad ore Qvindici und dieci minuten Andrea ancora non è in Kampotennis Thorino. Lui arrifa mit venti minuten Ritarto und non fiene solo, Monika fiene con lui! Io li fedo si afficinano un lui pacia Monika lui mette mano sopra suo kulo. Inaccettapile! Io fa subito Sturm und Drang. Io non aspetta ke lui entra in kampo, supito accende Makkinasparapallinen und palline pukano la rete und fanno crollare Torredilegnodiarpitro, und fa esplotere automobile Andrea (Makkina con nome di tonna) und distrucce fetrina di par. Aber io non riesce a kolpire lui, Monika urla mio nome und skappa und anche Andrea corre fia, figliacco gli urlo ma non serfe a niente. Makkinsparapallinen continua distruccere tutto, kase iniziano a prendere fuoco e crollare (gittata di pallinen è tre kilometri), gente urla e si putta da finestre.
All’improffiso, da fumo di macerie esce mostro di acciaio. Io non crede miei okki: esso è originale sofietico OT-130 panzer leggero mit lanciafiammen, panzer di seconta Gverra kompletamente restaurato. Makkinasparapallinen non può fermare esso, OT-130 sofietico komunista si afficina, ferma kon lanciafiamme puntato su me. Si apre potola, esce pikkolo uomo. Io fede lui è Ricoperto Cammarino fecchio fumatore di pipa di qvesta mattina italiano. Lui parla in megafono americano oricinale 1945, lui dice tu non muofere, tu cirkondato, tu arrente in nome di Associazione Nazionale Di Italia Kollezionisti Antikvariato Pellico. Alle mie spalle io sente chiaramente afficinarsi italiano panzer pesante P40 di 1941, mezzo anfibio pritannico LVT di 1944, und sopra mia testa fola tetesco elikoptero Flettner FI282 Kolibri 1943. Tutti kvesti mezzi è perfettamente funzionante kome nuofo und reztauraten. Io kapisce Io kaputt.
Arrenderzi?, dice Io, ciammai! Heil Hitler! Fatefi sotto! Ciorno ke io mi fa uccitere di panda fecchi italiani collezionisti di pipa forrà dire ke Germ
giovedì 25 giugno 2009
Centogradi: un nuovo racconto su WebSite Horror
Su WebSite Horror - il sito di Marco Candida recentemente segnalato su Nazione Indiana - è apparso un nuovo racconto di Hector Luis Belial. Potete leggerlo qui.
martedì 19 maggio 2009
Una canzone ispirata a Babel
La cantautrice Paola Franzini ha composto una canzone ispirata al racconto Babel di Hector Luis Belial. Potete ascoltarla qui.
domenica 26 aprile 2009
Racconti: Una Sera al Drive-in
Una divertita belializzazione dell'omonimo racconto di Andrea Malabaila. [Pdf]
El Niño aveva appena fatto saltare le cervella di Jason Smith ed attivato il detonatore che avrebbe inizializzato l’esplosione delle Manifatture Smith Ltd. quando mise piede nel California Snack Bar. Il killer professionista, unico cliente nel locale in chiusura, si presentò come Earl Grey, esattore fiscale. Ordinò una birra ghiacciata e quell’ultima fetta di crostata alle ciliegie che la cameriera, una rossa, avrebbe altrimenti dovuto buttare.
Joe Badalamenti aveva avuto un’autentica giornata di merda. Aveva guidato il camion per 400 fottute miglia, nella pioggia e nella polvere, chiuso in una motrice puzzolente tappezzata di pin-up ritagliate dai più sudici giornaletti d’America, eppure tenendo sotto gli occhi l’unica foto che presentasse una donna vestita, ovvero la sua ragazza, Stella Robertson. Gli mancava giusto un pugno di miglia per tornare a strizzare quella fichetta quando un lurido sbirro aveva partorito la pensata di fermarlo per eccesso di velocità. Porca troia! Badalamenti l’avrebbe preso a calci, lo stronzo, ristrutturandogli la testa col cric, e l’avrebbe fatto, perdio, se il poliziotto, vedendolo saltare giù dalla motrice, due metri di cristiano con un diavolo per capello ed una spranga d’acciaio deforme salda nella mano destra, non si fosse pisciato sotto, lasciando ripartire il camionista con un semplice ammonimento.
Stella Robertson aveva venticinque anni, un sottopagato lavoro al banco del California, ed un fidanzato che stava accumulando un notevole ritardo sull’orario fissato per l’appuntamento. Così, quando il cliente vestito da becchino si presentò con un nome britannico ed un biglietto da visita con simboli ministeriali, l’idea di vendicarsi di Joe le sembrò inevitabile quanto la morte e le tasse. Servì Grey con un sorriso che avrebbe soddisfatto le curiosità di un odontotecnico, e che non venne meno neanche quando notò la macchia di sangue sul suo colletto. Non le importò, a quel punto, della bugia di Grey a proposito di un incidente di rasatura, ma della sua mano, della rapidità e della forza con cui aveva afferrato quella di lei prima ancora che riuscisse a sfiorargli la camicia, senza lasciarla andare, nemmeno quando Joe entrò sbattendo la porta a vetri.
Mentre parcheggiava di fronte al California Snack Bar, mentre, attraverso la vetrina, gli toccò di vedere quella troia della sua donna fare la scema col primo stronzo che passava per una birra, Joe Badalamenti ricordò le parole che suo padre gli aveva ripetuto per anni, e forse per la prima volta riuscì ad afferrarne il significato profondo. «Quando vai con le donne, non dimenticare il bastone». La mano di Stella era ancora in quella dello stronzo in giacca e cravatta quando Joe tirò fuori il machete.
La nuova Buick Special quattro porte morì ancora tre volte prima che Rupert Blavatski riuscisse a parcheggiarla correttamente al drive in. Ricordò le parole che suo padre gli aveva ripetuto per tutto il giorno, prima di prestargli l’automobile fresca di concessionario: «Andare con una donna non è diverso dall’andare in macchina. Certo, se non riesci nemmeno a mettere in moto…». Il volante, ora, gli tremava sotto le mani, le lenti degli occhiali erano appannate di un sudore che il sontuoso impianto d’aria condizionata non riusciva a raffreddare. Tentò di calmarsi, ma mentre cercava di spegnere l’autoradio dalla quale Bill Haley continuava ad urlare il suo ingenuo rock ‘n’ roll gli partì un colpo di clacson che gli valse più di un’occhiata feroce dagli abitacoli vicini. Sullo schermo comparve il titolo del film: Donne-Gatto della Luna. Seduta al suo fianco, Susy Smith infilò gli occhiali 3D realizzando che il primo appuntamento con Rupert correva seriamente il rischio di essere anche l’ultimo.
Stella lanciò un grido mentre la lama di Joe calava su El Niño, ma il killer, rapido come l’inferno, riuscì a schivare il colpo, la lama penetrò nel legno del bancone, mentre El Niño castigava il camionista con un destro sulla mandibola e un calcio ben assestato in pieno stomaco; il povero diavolo non aveva ancora fatto in tempo a piegarsi in due per il dolore che già l’assassino aveva estratto la pistola puntandogliela dritta alle palle. «Ti do trenta secondi per portare il culo fuori dalla mia vista, amico». Joe ne impiegò ventisette, per far uscire la motrice dal parcheggio del California; per allora, la lingua di Stella Robertson stava già saldamente nella gola del killer.
Le lenti bicromatiche degli occhiali 3D rendevano Rupert sostanzialmente cieco, ma non occorreva guardare il film per capire che si trattava di una stronzata. Del resto Rupert comprendeva che non era un problema di diottrie o di quelle ridicole tute spaziali, il problema era il silenzio che lo divideva da Susy, Cristo santo, doveva pur dirle qualcosa, ma cosa? Il discorso sull’eccitante possibilità di colonizzare la luna non aveva riscosso l’interesse della ragazza, e del resto Rupert era arrivato a credere che a Susy non importasse poi molto della fantascienza; certo leggeva molto, ma che genere di libri? Magari aveva letto anche lei quel racconto di Checov in cui uno stalliere non riesce a confessare il suo amore alla ragazza, anzi lo dichiara ma in seguito non riesce ad agire oltre, beh forse non era veramente uno stalliere ma il succo era che a causa della sua timidezza i due vivevano vite separate ed insipide ed un bel giorno si ritrovavano vecchi ed incapaci di amarsi, e mio Dio! Che Susy avesse letto quel racconto o meno, non era certo il caso di parlargliene! Così Rupert attaccò un discorso paranoico sull’aria condizionata della Buick.
El Niño guidava una Porsche 356 American Roadster nera, e Stella non se lo fece ripetere due volte, prima di chiudere il locale e saltarci dentro. Fuggivano nell'ombra della sera d’estate, rinfrescata dai pini che scorrevano lungo la strada, entrambi immersi nei propri pensieri – lei cercava di ricordare la programmazione del drive in, lui di immaginare come si sarebbe sbarazzato della ragazza dopo averla portata a letto - così non si accorsero che Joe li aspettava al bivio, né che la motrice si era lanciata all’inseguimento della Porsche, guadagnando rapidamente terreno, nessuno dei due ci fece caso, fino a che Joe non li tamponò violentemente.
«Sai, Susy, questo sistema di aria condizionata che montano su tutte le Buick, è sviluppato separatamente dalla vettura, presso stabilimenti segreti nell’Oregon e brevettato in tutti i paesi del mondo. Ora, come mai tanta segretezza attorno a un sistema per rinfrescare l’aria? Supponiamo per un istante che non sia progettato esclusivamente per rendere la guida più confortevole. Immaginiamo le sue tubature interne, costantemente refrigerate, e sagomate in modo da costituire il perfetto habitat per una coltivazione artificiale di potenti bacilli portatori di una malattia mortale. I bacilli maturi sono espulsi automaticamente dal condizionatore, diffusi nell’abitacolo, inspirati dal conducente e dai passeggeri, cioè da noi, Susy, da me e da te. E provocano una forma incurabile di polmonite fulminante latente, che può ucciderci in un istante e del tutto casualmente tra dieci anni o diciassette secondi, così, senza che ci si possa fare assolutamente niente… se fosse così, Susy, se fossimo ormai condannati dal complotto farmaco-sovietico-automobilistico internazionale, non mi baceresti? Non mi baceresti ora? Perché potrebbe non esserci una seconda occasione». Susy era ancora immobile con l’incertezza sulla mandibola pendente quando l’esplosione della fabbrica di suo padre insanguinò l’orizzonte.
Joe sghignazzò sadicamente mentre la fuoriserie usciva di carreggiata sollevando un nuvolone di polvere. Ma El Niño non era ancora fuorigioco: il killer si aggrappò al volante e riuscì a riportare le gomme sull’asfalto, mentre Stella urlava e sanguinava dal naso. Joe allora tornò a premere sull’acceleratore, ma questa volta lo scatto della fuoriserie la salvò dallo speronamento. L’insegna al neon del drive-in si stagliava tra la vegetazione, eppure lo sguardo del killer non era più rivolto alla strada, ma fisso sul volto dell’avversario, che ora lo affiancava sulla corsia di sorpasso, tamponandolo di lato, mentre il duello raggiungeva l’apice della velocità. El Niño voleva vederlo in faccia, il becco, voleva vedere la sua paura nell’istante in cui avrebbe tirato il freno a mano.
Susy non scoppiò a piangere né si mise ad urlare, ma il fiato le si fece corto, e Rupert la sentì appena, quando gli ordinò di portarla alle Manifatture Smith. Subito. Anche da quella distanza, si capiva che le proporzioni dell’incendio erano disastrose e che le fiamme non potevano che provenire dallo stabilimento del padre di Susy. Per la prima volta Rupert vide davanti a sé quel destino manifesto di cui parlavano le antologie, sentì che una mano misteriosa gli offriva l’insperata possibilità di essere un uomo, di guidare finalmente da uomo, così trovò l'insperata forza di guardare la ragazza negli occhi e di esclamare: «Non ti preoccupare, piccola! Andrà tutto bene.» E roteando il volante col solo palmo sinistro, come se non avesse fatto altro per tutta la vita, uscì dal drive-in in retromarcia, fece fischiare le gomme nel bel mezzo della strada, e si preparò a piegare l’acceleratore a tavoletta. Ed il motore non morì, la marmitta non sbuffò, le marce entrarono una dopo l’altra, lisce come l’olio, mentre Rupert lanciava la macchina di suo padre al massimo delle prestazioni. Gli sarebbe stata sufficiente una manciata di minuti per raggiungere lo stabilimento della Smith, se il frontale con la motrice di un camion lanciata in contromano non l’avesse ammazzato sul colpo.
Dopo il freno a mano tirato all’improvviso, i tre testacoda successivi e la stridente mancia di gomma lasciata sull’asfalto, la prima immagine che Stella riuscì a distinguere davanti a sé fu la motrice di Joe. Ferma a cinquanta metri dalla Porsche di El Niño, e completamente circondata dalle fiamme. El Niño allora si spolverò la spalla destra, e rimise in moto, fermandosi per un istante di fronte alle carcasse incandescenti della motrice e della Buick bianca. «Dio mio!» disse Susy tra le lacrime, «c’erano due ragazzi, su quell’auto!».
«Non ci pensare. Sarebbero morti comunque», rispose tranquillamente El Niño, «ammazzati dall’aria condizionata». Susy si asciugò le lacrime. Lontano, ma non troppo, le sirene avevano ormai iniziato ad urlare.
«Che cosa faremo, ora?»
«Al drive-in danno Casablanca.»
«L’ho già visto… con Joe.»
«Allora battiamocela. Dicono che Tijuana sia bellissima, in questa stagione, ed è a sole duemila miglia da qui.»
L’auto imboccò l’autostrada, e fissando le linee tratteggiate perdersi nell’indistinto orizzonte notturno, ascoltando i motori e seguendo le scie evanescenti dei fanalini di coda di anime perdute sopra un fiume d’asfalto, Susy comprese che non aveva la minima idea di dove la strada la stesse portando. E per questo, per la prima volta, ringraziò Dio.
Babel Rivisitata da Francesco Spinelli
Babel: cover by *Galhad on deviantART
Francesco Spinelli ha re-immaginato la copertina di Babel per l'edizione corrente del concorso Subway Letteratura. Potete vedere le copertine qui e qui.
sabato 18 aprile 2009
Racconti Macabri: Abissi
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I.
Lasciati alle spalle la porta occidentale della città santa di Q’zar. Cammina per tre giorni e tre notti verso il tramonto: troverai il silenzioso deserto, il lungo crepaccio, e infine, la misteriosa morte. Quanto alla leggenda, l’avrai già trovata tra le mura di Q’zar.
La leggenda è estremamente chiara nel riferire fatti che nessuno potrà mai confermare. Parla di un crepaccio che divide le sabbie e di cui non si scorge la fine; di un guardiano immortale e spietato; di un abisso in cui si precipita per sempre.
Cammina lungo l’orlo del crepaccio: in principio è poco più che una linea nera che vomita formiche rosse; ma dopo alcuni giorni di viaggio, lo vedrai crescere in larghezza e profondità, fino a diventare un burrone del quale non potrai scorgere il bordo opposto, né immaginare la profondità. Incontrerai, allora, il guardiano.
Vedere questo jinn è impossibile, udirne la voce, inevitabile. Con parole suadenti o minacciose, sarai costretto o persuaso a muovere due passi verso l’abisso. I tuoi occhi conosceranno la voragine. Il tuo panico supererà ogni vertigine; sarà la più pura sensazione della morte, in cui la repulsione si mescola a un’invincibile attrazione. Nessuno, giunto a quel punto, resiste oltre. E anche tu muoverai il terzo passo, quello finale. Il tuo corpo non smetterà mai di cadere nel vuoto, e anche dopo che sarai morto, le tue ossa continueranno a precipitare in eterno.
Nel tempo la leggenda ha spinto occultisti, santi, eccentrici, diesperati, aspiranti suicidi, appestati, e semplici creduloni, a lasciare Q’zar per guadagnare il crepaccio. L’immortalità, il potere, il paradiso: alcuni vaneggiano di questi e altri premi per chi riuscirà a vincere la tentazione del jinn. Ma nessuno fa mai ritorno dalla voragine, nessuno conosce la fine dell’abisso né l’origine della leggenda.
II.
Broadway. Una finestra al cinquantacinquesimo piano del Woolworth Building. Cornici: quella in acciaio della finestra, quella in alluminio di un computer portatile, quella in mogano di una fotografia in bianco e nero. Una scrivania di betulla.
Jessie Metz stringe la mano al cliente; gli fa dare uno sguardo dalla finestra, vista spettacolare quanto pericolosa, commenta. Come sempre. Il cliente combatte per un attimo contro il suo stesso sguardo: cedere alla tentazione di guardare di sotto, le linee rette del grattacielo, il loro sconvolgente restringimento verso il basso, la convergenza verso un punto di fuga negato, annullato dall’impatto con l’asfalto, e poi puntini gialli e grigi, automobili e persone come microbi nell’infezione fulminante della vertigine – oppure – oppure non abbassare gli occhi, fingersi dèi, restringere il campo visivo all’azzurrità del cielo, al delirio d’onnipotenza dello skyline newyorkese, scintillante, come se non portasse i segni di una mutilazione orrenda…
Metz gli offrirà da bere, se vuole, poi lo farà accomodare. Non parleranno subito di soldi, naturalmente. Metz gli racconterà una storia logora e confortevole come una vecchia giacca di panno. Parlerà prima della finestra, poi delle azioni, e infine della fotografia.
Tacerà il prezzo della sua vista su Manhattan, ma lascerà intendere che l’acquisto di quell’ufficio è il lavoro di una vita che non è iniziata nella bambagia. Non si dilungherà sui buchi sotto le scarpe da ginnastica dell’infanzia, ma enumererà i suoi pacchetti azionari più forti: Google, Apple, Samsung – su quelli in perdita potrà sorvolare agevolmente, grazie all’aggiornamento in tempo reale delle quotazioni. Poi lancerà un’occhiata all’uomo nella cornice di mogano; nella fotografia in bianco e nero è seduto ad una scrivania pesante, ingombrata da una ponderosa macchina da scrivere. Alle sue spalle, una finestra ben riconoscibile. Metz indicherà l’uomo come suo nonno e l’ufficio come il suo. Parlerà della sua rapida fortuna e immediata rovina nel 1929. Aveva perso tutto, incluso il prestigioso ufficio in quello che era all’epoca il più alto grattacielo del mondo, e che ora il nipote ha riconquistato.
Il cliente non ha nome né volto. Non è nemmeno un uomo, ma una serie discreta di cifre, dollari e appuntamenti, una statistica che Metz ha raffinato per anni. Nove volte su dieci, dopo aver sentito la storia di Metz e di suo nonno, il cliente lascia l’ufficio con una sorta di sollievo, una ritrovata fiducia in qualcosa che pensava perduto e che invece Metz incarna alla perfezione. Nove volte su dieci, il cliente firma il contratto. Poi, un’ultima occhiata a quella finestra aperta su tutta l’America, una stretta di mano, e la porta che si chiude alle sue spalle.
Solo un cliente su venti, forse trenta, non firma perché crede che la storia di Metz sia inventata. Potrebbe benissimo esserlo. L’ufficio potrebbe essere in affitto, la foto, acquistata per un pugno di cent al mercato delle pulci. Non è così.
L’importante, in fondo, non è che il cliente creda o meno alla storia. Ma che non venga mai a conoscenza di tre fatti: che i vetri della finestra “spettacolare quanto pericolosa” furono infranti il 28 ottobre 1929; che attraverso quei vetri il nonno di Metz si tolse la vita in un lunedì nero; e che, con tutta probabilità, lo stesso farà il nipote, dopo che avrà perso tutto.
III.
Vedo che lei vorrebbe domandarmi di mio marito. Esita, però. Sa che Franz è un uomo famoso; immagina che mi vengano più spesso rivolte domande su di lui che su me stessa. Come se fossi condannata a sparire nel cono d’ombra della sua celebrità, non essere più considerata una donna, ma solo la moglie di.
Sì, a volte è esattamente così. Ma non si preoccupi. Non mi dà alcun peso parlare di Franz. Forse perché siamo così diversi, o lui, per me, rimane lo stesso ragazzo che ho sempre conosciuto. Non era certo famoso, all’epoca. Tutto il contrario.
Comunque, devo dirle che io non ho mai amato la montagna; la sorprenderà, questo non ha influito sul nostro matrimonio. Del resto saprà che Franz scala esclusivamente in solitaria. Né l’ho mai trattenuto dal partire per le sue imprese, fossero le Alpi o le Ande o il K2… lui ha i suoi spazi, io i miei, lei mi capisce.
Il fatto è che la montagna… l’umidità della foresta, poi la vegetazione che si dirada… diventa quasi meschina, poi scompare quasi del tutto… e infine l’aria sempre più rarefatta, l’acqua che diventa ghiaccio, il freddo pungente, il sole accecante… ecco, per alcuni è una specie di cammino verso la purezza, verso Dio, non è così? Per Franz certamente è così, anche se non lo definirei certo un religioso. Ma per me, oh no. A me sembra un cammino verso la morte. Ci pensi: ogni passo lungo la salita è un progressivo allontanamento dalle città, gli uomini, gli animali, gli alberi… la vita!
E io invece voglio vivere. Io amo vivere.
In un uomo apprezzo la profondità dello sguardo, la reticenza… e – lo ammetto – la forza fisica. In Franz queste caratteristiche sono portate all’esasperazione. Tante volte ho provato a chiedergli il motivo di tutti i suoi sforzi. L’allenamento sfibrante, i numerosi rischi, la sete di conquistare vette sempre più alte, imprese sempre più estreme… inoltre, lo sa, non è più un ragazzino… e tutto questo per arrivare sulla cima di una montagna! Lei non può immaginare quante volte gli ho domandato perché. E lo sa cosa mi ha risposto? Cosa mi ha risposto ogni singola volta? «Per guardare di sotto.»
Per guardare di sotto! Si figuri. Beh, qualunque cosa veda da lassù, di certo non lo saprebbe raccontare a parole. E del resto, riuscirei mai capirlo? Quello che so è che quando mi affaccio nei suoi occhi – ed è una vista insostenibile, a volte – veramente mi sembra di sporgermi in un abisso. Insondabile.
Ecco, mi dico allora. Ecco un uomo che non morirà tranquillamente nel suo letto.
mercoledì 1 aprile 2009
Racconti Macabri: la Moneta, la Chimera, la Morte
Non è un pesce d'aprile ma un nuovo trionfo della morte, per tutti gli amanti del genere... [Pdf]
Questa terra desolata fu, un tempo, il regno più esteso della terra. Aveva inizio dal più estremo lembo di terra orientale, e terminava, assieme al mondo, sulle sponde dell’oscuro oceano dell’ovest. L’incandescente occhio del cielo impiegava un dì ad abbracciarlo nella sua interezza; ad un occhio umano, un’intera vita non sarebbe stata sufficiente.
Abbiamo dimenticato il nome, ma non l’impresa, dell’uomo che volle attraversare il regno a piedi. L’iconografia tradizionale ce lo tramanda già vecchio, povere vesti sulle spalle ormai curve, la sconosciuta fronte contro il sole che muore. Il giovane figlio, pochi passi più indietro, lo segue nel cammino. Del viandante sappiamo poco: lo sospettiamo vedovo; assumiamo che i suoi possedimenti, abbondanti o scarsi che fossero, se li fosse lasciati alle spalle, assieme alle natie coste dell’estremo oriente. Presa l’antica via che porta alle acque in cui il sole riposa, camminò per tutti gli anni che gli rimanevano, senza per questo raggiungerle. Alla sua morte, il figlio proseguì il viaggio per lui, portando con sé le ceneri paterne in un’urna di bronzo.
L’estensione del regno e l’abnegazione del suo popolo erano, in quel tempo, pari soltanto alla sua famosa prosperità. Dalla più remota antichità, ogni suddito sopra i quindici anni era – prima ancora che contadino, scriba, sacerdote – un fiero soldato del Re. Le antiche guerre erano state numerose, i bottini copiosi, la vittoria, costante. In seguito, per sette generazioni non si era udito il clamore della spada contro la spada, né dell’oscura campana che suona a peste o a carestia. La pace restava salda, la terra, verdeggiante. Né l’invasore osava violare il confine, oltre il quale l’attendeva il più vasto esercito sotto questo cielo.
I battenti del porto più occidentale della terra erano solidi, oscuri e finali; e dovettero passare innumerevoli inverni prima che un anziano viandante vi giungesse di fronte. Attraversata l’ultima porta dell’ultima città, l’uomo guadagnò l’ultima cattedrale prima del mare; lì depose tre urne di bronzo: le ceneri di suo padre, del padre di suo padre, e del padre del padre di suo padre, il quale era partito, un giorno, dalla punta più orientale del regno. Nei dipinti il viandante che giunge all’ovest non appare differente da quello – suo avo – che era partito dall’est: si tratta dello stesso viaggio, e quindi, del medesimo viaggiatore.
In quei giorni d’abbondanza viveva un grande profeta, le cui doti di preveggenza, fonte di consiglio prediletta dal monarca, erano note fin oltre i mari e i deserti.
Ebbene, egli fu colpito da una visione tanto dolorosa da renderlo, in un solo istante, infermo e cieco. Prima di spirare dolorosamente, pronunciò un’ultima profezia. Fu l’epitaffio di un’epoca.
Udite le tremende parole, il Re convocò d’urgenza i potenti del regno – ministri e sapienti, generali e sacerdoti, consiglieri e filosofi – nel futile e disperato tentativo di cambiare la sorte. In seguito a quel conclave, le teste sarebbero iniziate a cadere, ed il regno, a declinare.
Il profeta aveva annunciato che il regno sarebbe crollato per mano della pazzia. Ma che cos’era la pazzia? Come vincerla? Gli atti del gran convegno sono da lungo tempo perduti, o forse criptati in maniera tanto accurata che la chiave è ormai irrecuperabile. Ricordiamo la versione, grandemente banalizzata, che fu diffusa tra il volgo.
Il giudice sostenne che non c’era atto di pazzia che non portasse a trasgredire la legge con il furto, l’assassinio, il dolo, il tradimento, e così via; la cura era l’applicazione rigidissima del codice. Per il generale, la pazzia negli atti ingiustificati ed ingiustificabili; soldati che disertavano urlando, si denudavano in pieno giorno, si seviziavano da soli. Atti come questi, non sempre illegali, mettevano a repentaglio il controllo sul milite e sulla guerra; non nascevano dalla ragione né dalla ragione potevano essere sanati. Meglio allora il patibolo. Secondo il consigliere, una mente che mirasse ad un fine più grande del bene immediato e del senso comune poteva, talvolta, agire contro la legge e la logica apparente. Si rischiava dunque di confondere la pazzia con il segno del genio. Il sacerdote aggiunse che a volte il volgo scambiava per pazzia i segni della preveggenza e della santità; quanti profeti, nel corso dei millenni, erano stati ammazzati tra il pubblico ludibrio? Due medici non riuscirono a trovarsi d’accordo sull’ubicazione della pazzia: il cervello, oppure il cuore? Per il filosofo, la pazzia era stata distribuita ad ogni uomo, in porzioni non quantificabili né distillabili dagli altri umori che ne compongono l’essenza. A queste parole, tutti gli astanti gridarono all’oltraggio: se così stavano le cose, ogni uomo era un pazzo, e così anche il Re; c’era dunque da disperare nella salvezza del regno.
Il Re concluse che la pazzia era un’indefinibile chimera in cui lo sguardo di ciascuno riconosceva una bestia diversa. Abbracciando una definizione ed escludendo le altre, rischiava di perdere il regno. Meglio allora lasciare che ciascun suddito scandagliasse il prossimo alla ricerca dei segni della pazzia. Qualora li avesse trovati, per decreto, era da quel momento in avanti tenuto a denunciarlo all’autorità. Discusso il caso, se il giudice si fosse trovato d’accordo con l’accusa, si sarebbe proceduti al taglio della testa dell’imputato.
La legge, entrata in vigore seduta stante, portò nei tribunali un numero inusitato di accusati. La marea di presunti folli fu tale che la giustizia ne venne presto congestionata. Nella corruzione della capitale, lo scambio d’accuse di malattia mentale divenne strumentale, popolare, frequente e reciproco tra il nobile e l’avversario politico, tra l’amante e il rivale in amore, tra il pavido e lo sfidante a duello, tra il commerciante e il concorrente, tra il figlio ereditiere ed il vecchio padre, tra il locandiere e il pensionante insolvente, tra il caporale e la recluta, tra il questuante e il signore, tra il sacerdote e l’eretico. Ogni controversia si fece motivo d’accusa; i giudici, nella speranza di disincentivare la nuova usanza, e spesso, nel dubbio di assolvere un potenziale pazzo, mietevano teste. In quel periodo tre gilde crebbero di prestigio: quelle dei sacerdoti, dei boia, e dei necrofori regali. La morte divenne e rimase per sempre la prima e più remunerativa attività della capitale.
Avvistosi del disastro, il Re emise il suo ultimo decreto: avrebbe lasciato tutti poteri al reggente, meno quello di giudicare la sanità dei suoi sudditi. Se cittadini si erano mostrati cattivi accusatori e i magistrati pessimi giudici, occorreva abolire tanto i tribunali quanto le accuse. Solo il Re, da quel giorno, avrebbe diviso il sano dal folle. Quanto ai sudditi, dovevano considerarsi tutti colpevoli fino a prova contraria, e tenuti a recarsi personalmente a palazzo per sottoporsi al giudizio regale.
Prima che la notizia raggiungesse le più remote province del regno, alle porte della capitale erano stati impilati tanti teschi umani da elevarsi in mura, torri, piramidi. Nelle luci della sera, l’ombra degli edifici macabri si stendeva per miglia e miglia. Il Re aveva così iniziato il suo logorante officio. I sudditi venivano ammessi al suo cospetto uno per volta. Il sovrano poneva loro domande volte a indagare la logica, la cognizione di causa, la fedeltà alla corona. Durante i primi anni, impiegava diversi giorni per assodare la salute mentale di un singolo cittadino, o per condannarlo a morte. Ma nel corso delle stagioni, i tempi di giudizio si contrassero; venivano processati due, cinque, sette sudditi al giorno. E con l’avanzare degli anni, il sovrano si decise a continuare il lavoro anche durante la notte. Non si alzò mai più dal seggio del potere, dove consumava pasti frugali, sonni brevi e fustigati dall’incubo osceno del suo paese in fiamme. Vista la crescente economia delle sue domande, si disse che il Re aveva iniziato a tracciare i contorni dell’oscura chimera chiamata pazzia, e che poteva riconoscerla con sempre maggiore facilità. Si sostenne, nondimeno, che il monarca fosse affrettato dalla paura dell’incalcolabilità di due numeri: quello dei sudditi ancora da giudicare, e quello dei giorni che gli rimanevano da vivere.
Nel mentre, uomini e donne abbandonavano case e raccolti, reti e imbarcazioni; la polvere di gigantesche carovane si sollevava dai quattro angoli del regno, stringendosi verso il centro in una nuvola tale da oscurare l’orizzonte. Molti partivano sapendo che non avrebbero vissuto abbastanza per vedere le candide mura della capitale. Ciò non aveva nessuna importanza: sarebbero stati i loro figli a giungere al cospetto del Re e a farsi assolvere per loro.
Il sovrano aveva intanto ridotto i tempi di un processo ad un singolo istante. Ora non rivolgeva più alcuna domanda all’imputato: si limitava a guardarlo fissamente negli occhi. Poi, con un cenno della testa, gli indicava la direzione da seguire. Due porte stavano alle spalle del trono: quella di destra portava all’uscita dal palazzo, quella di sinistra, direttamente al patibolo. Secondo alcuni, il monarca aveva acquisito l’abilità di riconoscere i segni della pazzia nella profondità dello sguardo. Ma altrettanti sostennero che il suo giudizio era ormai del tutto casuale. Fu il disgusto per l’umanità, che in tanta parte sfilava ai suoi piedi, oppure il disprezzo per se stesso, incapace di riconoscere la mela marcia da quella sana, a gettare il Re in quel muto e sistematico delirio che gli permetteva di disporre della testa di un uomo con un singolo gesto del capo.
Il Re invecchiò e morì senza eredi, il suo volere continuò ad essere eseguito. Il popolo seguitò ad abbandonare campagne e città e ad affluire alla capitale.
Frattanto i figli di chi era stato assolto raggiungevano l’età per essere a loro volta giudicati, ed attendevano il loro turno per comparire all’ombra del trono. In quel tempo il teschio del Re fu incoronato ed appeso sopra il seggio con una corda d’oro. La sua oscillazione a destra o a sinistra, mossa dal capriccio del vento, determinava la condanna o la salvezza per l’imputato.
Dopo il teschio venne la moneta, dopo l’effige, il geroglifico. Mentre si dimenticava l’uso della scrittura, marchingegni sempre più sofisticati vennero a sostituire la mannaia nel taglio della testa. Ingegneri idrici studiarono nuovi sistemi di tubature per convogliare il sangue dei condannati dal palazzo alle porte della città. Nuovi dei furono inventati, le liturgie religiose si fecero più oscure, il titolo di necroforo, privilegio ereditario. La vita umana si svalutò fino a risultare inferiore a quella di un cane rognoso, e la perversione delle lotte di potere per il ruolo di reggente superarono ogni depravazione a memoria d’uomo.
Il tempo fece polvere del cranio regale, ed il reggente fece allora forgiare una moneta d’oro. Al recto i lineamenti dell’ultimo Re, al verso, quelli della Morte. Gli imputati continuarono ad essere convocati uno ad uno presso la sala del trono, dove un sacerdote, chino ai piedi del seggio vuoto, li giudicava col lancio della moneta. Ma l’usura delle generazioni appianò le due facce della moneta; il volto del sovrano e quelli della mietitrice sfumarono l’uno nell’altro, e quando infine divennero indistinguibili, ci si risolse a forgiare una nuova moneta. Per allora l’effige regale era stata dimenticata; per evitare il sacrilegio di falsificarla, la si sostituì con un monogramma. Quand’anche il monogramma fu consumato dall’uso, i segreti della scrittura erano ormai stati lungamente obliati dal nostro popolo. Nuovi simboli occulti fanno da allora le veci del Re, simboli che nessuno può decifrare, salvo il suo fautore.
Oggi la capitale è un informe groviglio di macerie: i suoi palazzi sono rovine, le sue strade, fogne a cielo aperto in cui lo sterco ed il sangue si mescolano indifferentemente. La superstizione spinge ancora le guardie a trasportare le teste dei condannati fuori dalle mura in rovina, e ad impilarle frettolosamente sui cumuli millenari. Ma i corpi decapitati vengono gettati al popolo, che se li litiga violentemente per divorarli. Questi miserabili, divorati dalla fame e dalle pestilenze, attendono il momento del loro giudizio in disperate ed incessanti orge di storpi. Richiamati dalle guardie, si trascinano attraverso le vie, che sono strade e fogne e lazzaretto, come cani con una gamba sola. Qualora vengano assolti dal giudizio della moneta, perdono la possibilità di essere processati di nuovo; molti scelgono allora il suicidio.
Non è possibile lasciare la città. Oltre le mura, per infinite miglia, la terra è morta, abbandonata e riarsa. Il cielo è divenuto oscuro, tanto che il punto in cui il sole sorge e quello in cui tramonta non sono che indistinti ed ipotetici rossori oltre nuvole che hanno dimenticato altro colore che quello del lutto. Selve nerissime divorano le antiche piantagioni, i fiumi straripano in paludi mefitiche, la gramigna, dove ancora cresce, scalza le pietre dalle strade deserte. Delle città non restano che pochi cumuli di sassi anneriti dalla fiamma, covi di lupi tanto famelici quanto deperiti per l’assenza di prede. I barbari hanno smesso da tempo di saccheggiare le terre oltre il confine, perché non c’è più nulla di cui fare incetta. Zolle di terra gelida e nera e senza frutto si stendono a perdita d’occhio, tempestate di teschi o di pietre taglienti. Benché i cancelli del regno siano stati scalzati e le torri di guardia rase al suolo, nessuno osa più varcare i confini. Se un viandante osasse addentrarsi nel regno, se anche non morisse per fame o per sete, lo ucciderebbe il silenzio.
Presto anche gli ultimi abitanti della capitale saranno giudicati e giustiziati. Si smetterà, allora, perfino l’uso di seppellire le teste in fosse comuni, perché non si conteranno più abbastanza braccia nemmeno per questo. Infine, un reggente ancora in fasce ed un vecchio sacerdote rimarranno gli unici esseri viventi. Il sacerdote tirerà la moneta per il bambino e per sé, ma a quel punto, che il giudizio sia di grazia o di condanna, non farà alcuna differenza. Anch’essi sono destinati a morire, e con la loro scomparsa, il regno sarà finalmente mondato dalla pazzia.
giovedì 26 marzo 2009
Racconti Macabri: Mistificazioni e menzogne attorno a un diamante su un teschio di platino
Su Website Horror, un nuovo racconto macabro di Hector Luis Belial.
Non ha più alcun senso parlare di For the Love of God. Il teschio coperto di platino e diamanti ha già contato i suoi ammiratori e detrattori. Schierarsi con gli uni piuttosto che con gli altri, ormai, significa scegliere tra l’ingenuità più pretenziosa ed una banalità che sfiora il paradosso. Quanto a chi si astiene, lo fa meno per ignoranza che per sdegno.
Del resto, ogni controversia etica, estetica ed economica legata a ideazione, finanziamento, lottizzazione e incanto dell’opera è già stata discussa fino alla noia. Il mondo ha avuto modo di sbadigliare a morte per l’unico eccesso che può veramente uccidere un’opera votata all’esubero: quello di notorietà.
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sabato 21 marzo 2009
Racconti Macabri: Il Regno a Venire
Prosegue, del tutto impunemente, l'unico appuntamento al quale nessuno di noi potrà tardare... [Pdf]
Accadde – fatto inconsulto nell’Italia contemporanea – che la nota soubrette s’innamorasse di un morto. La coppia destò il prevedibile scandaletto e diede un po’ di lavoro alle mai inflazionate malelingue. Non saremo certo noi, comunque, a parlar male di un morto. Anzi va detto, né mancò di notarlo la stampa mondana più accorta, che si trattava di un cadavere di tutto rispetto. D’impeccabile eleganza, dalla
prestanza statuaria (pur nei limiti del suo stato di conservazione), la salma si distingueva non poco dalla cricca di sportivi e palazzinari che costituivano l’usuale cerchia di accompagnatori della velina. Parco nella conversazione, la sua idiosincrasia per lo sproloquio costituiva un caso più unico che raro. Il sontuoso matrimonio fu allestito in tempi record.
Certo, nei primi tempi, a vederlo a spasso con la giovane sposa, faceva sensazione. I paparazzi non gli davano tregua, ma egli, nella tranquillità d’animo che lo contraddistingueva, non si sottrasse mai agli obiettivi. Frustrati dall’impossibilità di coglierlo in pose che non mostrassero la massima dignità, i fotografi smisero ben presto d’inseguirlo per le strade. Nel frattempo, però, le foto della coppia in automobile avevano fatto il giro del paese, riportando in voga un tipo di vettura – il carro funebre – solitamente poco apprezzata fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori. L’autofunebre (specie se di fabbricazione tedesca) divenne, per qualche tempo, più popolare del SUV. Dapprima status symbol del bel mondo, non mancò di affascinare anche le casalinghe, le quali scoprirono, nell’ampio bagagliaio, un incomparabile aiuto nelle compere di tutti i giorni.
Poi, inevitabilmente, si iniziò a vedere nell’inedita coppia qualcosa di raccapricciante, ovvero il cattivo gusto della velina. La quale, nella sua usuale frivolezza, insisteva nel voler trascinare il dignitosissimo morto in ambienti ch’egli non poteva non sentire alieni: il club di grido, la boutique di Gucci, la beauty farm (le cui lampade regolarmente fallivano nel risuscitarne il colorito), il ponte dello yacht dell’amico, e via dicendo. Per la verità, tutti si erano ormai resi conto che l’impeccabile contegno del defunto era del tutto incompatibile con quello, banalmente sciatto, della ballerina. Si malignò molto sul fatto che, tra le molte virtù del marito, ella non apprezzasse che il rigor mortis. Il decadimento della sciacquetta, che già da mesi si dedicava a tempo pieno alla più plateale cornificazione del defunto, coincise con l’inizio della nuova stagione televisiva.
Epurata dai palinsesti, privata anche dell’ultima colonna di giornaletto da teenager in cui lamentarsi della freddezza del marito, seguitò per qualche tempo nelle sue tresche via via più squallide – il sedicente produttore cinematografico, l’imprenditore, il salumiere, il venditore d’auto usate, l’idraulico, il testimone di Geova, la centralinista del call center della carta di credito bloccata… Fallendo nel rompere l’oblio in cui il suo nome era stato gettato, sfiorita al punto da essere rifiutata ai provini di un film porno, ottenne il divorzio dal morto e tornò a vivere dalla madre.
La fortuna del morto, di contro, non accennò a scemare. Anzi l’interesse per il cadavere aumentò di prestigio: dalla cronaca rosa passò a quella politica. Ma questo morto sarà di destra o di sinistra? La domanda serpeggiava in seconda serata e nei corridoi di palazzo. Astensinista, democristiano, trasformista, bipartisan – ognuno interpretò il silenzio del morto a modo suo. Su una cosa si trovarono tutti d’accordo: sembrava il leader di partito ideale.
Carismatico, inflessibile, più ben conservato che buon conservatore, il suo humour era esclusivamente nero. In compenso, si trattava indubitabilmente di un uomo tutto d’un pezzo. Il personaggio adatto a riportare la serietà nell’arena politica italiana. Perfino senza un profilo su Facebook o dei video su Youtube, il morto era proiettato nel futuro – il futuro di tutti! – come nessun altro. Specchio ideale dell’elettore medio, il morto fu accolto in Roma da cortei e corone di fiori. Esordì impeccabilmente al Ministero della Cultura. Non sappiamo ancora quando, ma è ormai una certezza universalmente nota: il suo governo verrà. E, presumibilmente, non avrà fine.
domenica 15 marzo 2009
Racconti Macabri: Simón del Desierto
Primo racconto di una serie a sfondo macabro. [Pdf]
Da quando la fama di Simón arrivò a spandersi, suo malgrado, ben oltre i confini del deserto, l’attività di stilita è passata, da inusuale stile di vita, a professione consolidata. Il vago sentiero attraverso le dune, dalle polveri raramente smosse da rade carovane, è oggi un’ampia via ben lastricata. Il viavai di mercanti e pellegrini è tale che il vento solleva cori di preghiera ed urla di banditori di bestiame, le mescola alla polvere di strada, e le trasporta attraverso il cielo per incalcolabili miglia.
Il viandante che si trovi a passare sotto quello stesso cielo, un tempo colorato di un azzurro vuoto, ed insostenibilmente tendente all’infinito, lo troverà oggi puntellato di colonne. Pilastri di pietra, di marmo, di mattoni cotti al sole; alcune colonne sfoggiano scanalature e capitelli corinzi, altre sono semplicemente imbiancate, molte rimangono orgogliosamente al grezzo. Le più alte svettano contro il sole per diversi cubiti, benché le più antiche non superino la statura di un uomo che di poche teste. Le colonne più fastose giungono come doni dai miracolati di famiglie abbienti, le più frugali consistono spesso d’un tronco spoglio, piantato nel terreno, con una minuscola pedana fissata alla sommità. Alcuni pellegrini giurano che almeno sette di queste colonne sono alberi maestri di antichi velieri; come, dal mare, siano giunte al cuore ardente del deserto, è solo uno dei misteri che fa la fortuna degli stiliti.
Sopra ogni colonna, naturalmente, vi è un uomo. Il mondo dello stilita è ridotto ad una pedana sollevata da terra, spazio vagamente sufficiente per il suo solo corpo, e che gli fa da letto, cesso e pulpito. Lo stilita non ha mai un tetto sopra la testa; il suo corpo è arso dal sole e schiaffeggiato dal vento; la sabbia gli si infila nelle pieghe delle pelle, tra i lunghi fili della barba mai rasa; è la rara pioggia, quando viene, a lavarlo. Al mattino cala il suo cesto fino a terra, con una lunga corda; vive della carità del pellegrino che lo riempie con un tozzo di pane ed una zucca d’acqua. Le carni ed il vino erano tradizionalmente rifiutati, ma col proliferare degli stiliti, si moltiplicano le usanze, e si inteneriscono le regole. Di giorno, lo stilita prega per la sua anima e per quella dei fedeli che si radunano ai suoi piedi; essi non sempre sono numerosi, e non sempre abitano i dintorni. Gli capita di fustigarsi o di imporsi penitenze dolorose, lo si vede restare in posizioni dalla scomodità impraticabile per ore, per giorni e notti, per settimane, ben al di là del limite di sopportazione conosciuto dagli uomini. Gli si attribuiscono, immancabilmente, eresie e miracoli, perché la gente è tradizionalmente disposta a credere, e tendenzialmente incline a dubitare. Ha i suoi tormenti, le sue visioni, e le sue crisi. A volte, dopo anni inflessibili di vita nel deserto, implora i passanti di alzargli una scala, piangendo e strappandosi i capelli. La gente allora si affolla ai suoi piedi, lo lascia scendere, lo lascia passare. Qualcuno gli strappa un lembo della veste, alcuni baciano i suoi piedi nudi, le piaghe sotto le ginocchia. Infine gli fanno largo, molti se ne vanno, alcuni rimangono a guardare i suoi passi malfermi, mentre scompare nel tramonto. Quale destino attenda l’eremita che lascia il suo posto, è un altro di quei misteri che alimentano la fede negli stiliti.
Lo stilita è raramente un santo, quasi mai un sacerdote, sempre più spesso un autentico peccatore. Non è infrequente, ormai, che sia un assassino o un ladro a prendere la via del deserto, e a ritirarsi sulla sommità di una colonna. Non tutti hanno accolto favorevolmente questa recente tendenza; tuttavia, il diritto di predicare non è mai stato precluso ad un peccatore. Quanto alla possibilità di essere ascoltato, si è trovato che gli stiliti dal passato torbido riscuotono la simpatia e la devozione di non pochi viandanti. Essi colorano il loro messaggio delle tinte della vita vissuta; a chi si ferma ad ascoltarli, più che ad una messa, pare a volte di assistere a una confessione. Fra loro, non è mistero, si contano anche dei cialtroni, banditi scampati alla forca grazie allo stratagemma della colonna; essi fingono il digiuno di giorno, ma non appena cala la notte, ecco arrivare le orde di sghignazzanti compagni di rapine. L’aria si riempie di echi di spari nell’aria e nitriti agonizzanti di cavalli spronati a sangue, che stramazzano ai piedi della colonna. Là i fuorilegge appiccano dei falò, estraggono chitarre e fiaschi di vino, cantano e s’ingozzano per tutta la notte. Il loro compagno, dall’alto della colonna, partecipa ai festeggiamenti come può: cala frettolosamente il cestello, che i compari non lesinano di caricare di carne di porco, e vino a volontà. Ma nonostante queste consolazioni, questi derelitti si stancano presto della vita d’eremitaggio. I finti stiliti, generalmente, non durano molto come predicatori, e a meno che non sorprendano, nei momenti di solitudine, almeno un briciolo di vocazione, e si danno ben presto alla macchia.
La gran crescita del numero di colonne ha portato, paradossalmente, alla formazione di confraternite di stiliti. Il sodalizio tra uomini che, per forza di cose, non solo non condividono lo stesso pane sotto i denti, ma nemmeno lo stesso suolo sotto i piedi, non può che avere una natura puramente spirituale, e risolversi in una condivisione di vedute e toni di predicazione. Questi ordini di uomini solitari contano sempre un numero esiguo d’iscritti; però si può immaginare che, un giorno, i maggiori tra essi diventeranno numerosi ed influenti, e conteranno colonne e proseliti nei deserti di tutto il mondo, rispettando rituali e tradizioni comuni. Per ora, è rimasto celebre il caso di quei tre stiliti i quali, dopo anni di vicinato nell’eremitaggio, si erano fatti costruire tre colonne identiche, vicine ed allineate tra loro. Essi erano noti semplicemente come “i tre”, e si narra delle loro predicazioni a più voci, non di rado spettacolari.
I tempi stanno rapidamente cambiando, e nemmeno il deserto rimane uguale a se stesso. Si aprono chioschi e si piantano tende. I mercanti sostano, a poche iarde dalle colonne, per far riposare uomini e bestie, ed è allora che notizie, persone e merci si mescolano tra loro e cambiano per sempre. Vi sono, ogni giorno che passa, più stiliti, più fedeli e più merci, in un circolo di interessi tanto vasto e variegato che ormai di rado viene definito vizioso. Cosa porterà il domani, non ci è dato vederlo. Avremo probabilmente stiliti di sesso femminile, occorrenza che non si è ancora registrata. Magari il numero di colonne crescerà al punto da ricoprire l’intero manto del deserto, ed il pellegrinaggio verso gli stiliti arriverà a coinvolgere l’intero popolo. Le terre desolate, allora, saranno largamente abitate, mentre le città, abbandonate, cadranno in rovina. Il nostro popolo smetterà di coltivare i campi e di costruire ferrovie, e le poche navi entreranno nei diroccati porti solo per far scendere i pellegrini giunti dall’altra parte del mare. La gente imparerà dai nomadi i costumi dell’apolide, e vagherà per le sabbie per molti secoli. Ad un uomo che si affaccia alla vita, non si porranno che due destini: la predicazione, o la diaspora. Per bocca dei suoi innumerevoli profeti, perfino Dio si farà molteplice e pellegrino, e la ricerca delle sue tracce, interminabile, coinvolgerà infine ogni nazione.
Per il momento, il nuovo corso dello stilitismo conta, naturalmente, innumerevoli detrattori. La chiesa romana, innanzitutto, non ha visto di buon occhio il proliferare di predicatori eterodossi. Tuttavia, finora, non è veramente riuscita ad arginare il fenomeno. Alcuni sospettano la presenza, tra i viandanti, di osservatori vaticani mandati in segreto nel deserto. Essi, osservatori discreti, censiscono continuamente il numero degli stiliti, stendono liste di eresie presunte, in ordine di gravità, e le consegnano a Roma tramite messi mascherati e rapidissimi. Questi inquisitori in incognito si dice siano abilissimi nell’orientare le quotidiane folle di fedeli verso questo o quello stilita, di fare, con un pugno di parole, la fortuna di un predicatore e la disdetta di un altro. Sarebbero dunque loro i maggiori inventori di prodigi, i manipolatori occulti della lotta di potere più lontana dall’urbanità che la storia dell’uomo ricordi.
Anche molti mistici ed eremiti hanno ormai orrore delle colonne, che dicono divenute incompatibili col ritiro spirituale. Essi si domandano, infatti, se questi nuovi stiliti cerchino il contatto col divino meno di un piedistallo per parlare alle folle. Il derelitto, l’emarginato, il criminale; colui che non ha mai ricevuto un briciolo d’amore dalla gente, che è stato bandito dalla società e braccato dalla legge, guadagna oggi, nella colonna, un pulpito gratuito, e si vede finalmente attorniato da folle, per quando esigue, finalmente disposte ad ascoltare le sue parole, ad amarlo, ad adorarlo, perfino. Per reazione, gli eremiti più ortodossi, oggi, evitano le colonne come la peste; piuttosto, si addentrano per giorni nei più ignoti anfratti della terra, portando con sé un numero d’assi di legno e di chiodi che sarebbero insufficienti per la costruzione di una bara. Essi non iniziano a scavare la propria fossa prima di aver raggiunto l’assoluta certezza di trovarsi a miglia e miglia dal più flebile odore d’umanità. La fossa non è mai più larga né lunga di pochi cubiti, e le assi servono a sostegno del soffitto, di rado abbastanza alto da permettere a un uomo di alzarsi in piedi; è dotata di un unico ingresso, rigorosamente nascosto da un cespuglio, da pietre, da teschi bovini. Terminata l’edificazione delle buche, gli eremiti vi si ritirano definitivamente. Così essi siedono nel ventre del nulla, mormorano le loro preghiere all’oscurità. Non ricevono elemosina alcuna, né l’accetterebbero, nemmeno se un viandante, per pura ventura, scoperchiasse uno dei loro nascondigli. Muoiono d’inedia e consunzione, nella più ricercata indifferenza degli uomini; e non manca chi maligna sulla loro sfiducia nel prossimo, tanto radicale che, al pari dei condannati al patibolo, si preoccupano di scavarsi la fossa da soli.
Gli scettici sbagliano, tuttavia, quando sostengono che l’ormai caotico culto degli stiliti abbia dimenticato il silenzio ed il distacco dal mondo. Fra tante colonne, la più frequentata, la più ricca di devoti, quella alla quale si attribuiscono i miracoli più numerosi e stupefacenti, rimane costantemente muta. Né canti né predicazioni si levano da quel pilastro. Perché appartiene a Simón, e Simón è morto vent’anni fa. Il suo teschio, fissato alla sommità di un palo in cima alla colonna, continua a gettare il suo sguardo portentoso e severo sopra i fedeli prostrati e muti. Quelle orbite vuote, in fondo, non appaiono meno luminose degli iridi del mistico più febbricitante, in quanto uno stilita rimane, in primo luogo, un uomo che ha deliberatamente abbandonato il mondo dei vivi.
sabato 7 marzo 2009
Racconti: La Teoria del Caos
Un nuovo racconto di Hector Luis Belial. Notturno, inedito, post-paranoico. [Pdf]
Semplificando al massimo, possiamo considerare “postmoderna” l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni.
J.F. Lyotard
Nel film che ho visto – quello degli uomini arancioni e dei motorini rubati – il protagonista si sveglia nel cuore della notte per un rendez-vous: vuole raggiungere un bar in cui non ha mai messo piede per incontrare una donna che non ha mai visto. Assistiamo ad alcune scene abbastanza oscure, con dettagli di mani e piedi nudi, riflessi di neon su piastrelle polverose, ed altri particolari indistinguibili per via del buio pressoché totale. Come se non bastasse, l’intera sequenza è girata a mano, con oscillamenti eccessivi e voluti. Ecco, io credo che con tutto questo, il regista intendesse illustrare l’alienazione del protagonista nel momento del proprio risveglio: la sua stanza non appare come un insieme di forme e colori familiari, ma al massimo con le gelide dimensioni del pavimento sotto i piedi e della sottile granulosità della vernice sulle pareti sotto i polpastrelli. Tuttavia, c’è chi leggerebbe la scena come accozzaglia di inquadrature casuali, e non so fino a che punto potrei contestare questa interpretazione. In effetti, la mia passione per film di questo genere ha incrinato, in passato, diverse amicizie e compromesso almeno un paio di rapporti sentimentali.
Comunque sia, tutto diventa più chiaro quando il protagonista accende la luce sopra lo specchio del bagno, cosicché noi possiamo finalmente distinguere sia i contorni del suo volto che quelli, non meno dubbiosi, della sua stanza da bagno. Questo accade al trentatreesimo minuto del film. Nei trentadue minuti precedenti, il regista e gli sceneggiatori si sono già dati da fare per presentarci il personaggio, con cui auspicabilmente ci siamo già identificati, per mezzo di immagini eloquenti ed evocative. Sappiamo (ci è stato mostrato, non detto!) che il protagonista ha un nome (Paul), un amico obeso (Bob), ed una fidanzata (Tina). Ci siamo anche resi conto dell’abissale mancanza di fantasia degli sceneggiatori nel battezzare i personaggi.
Insomma, quando arriviamo a vederlo davanti allo specchio, con le labbra contorte come per un saporaccio nella bocca, e le dita sulle tempie e poi sulle palpebre come per un’emicrania epocale, possiamo praticamente dire di conoscere Paul, la sua vita sconclusionata e caotica, la sua condizione esistenziale di pesce fuor d’acqua – acqua che non si sa bene dove o quando sia. Il prolungato primo piano ci dà anche l’opportunità di leggere i due adesivi che Paul ha incollato sullo specchio: uno dice “è pericoloso sporgersi all’interno”, l’altro: “C’est pas moi!”. Sappiamo anche che Paul nutre grandi aspettative per questa notte, alimentate da un dialogo in cui Bob (personaggio, per la verità, del tutto bidimensionabile ed ascrivibile allo stereotipo del nerd arrapatissimo il cui unico rapporto con l’altro sesso si consuma sulle pagine di siti internet dai nomi fortemente evocativi) ha veemente sostenuto come la misteriosa donna con cui Paul ha appuntamento sia oggettivamente una gran fica. Allo stesso tempo, e non so se considerarla una falla o un pregio della sceneggiatura, tendiamo a far nostri i dubbi che animano Paul, il quale non ha alcuna esperienza di appuntamenti al buio.
La motivazione che muove il personaggio ha ovviamente a che fare con il suo rapporto con Tina, e questo ci viene chiarito fin da una delle prime sequenze del film. Paul e Tina conversano su un motorino in corsa. La ragazza, attraente senza essere vistosa, è appena uscita dal lavoro. Paul lancia il mezzo in un forsennato slalom nel traffico, dando fiato al clacson e bruciando i semafori, lei lo rimproverava strillandogli nelle orecchie e colpendolo alla schiena, ma mai troppo forte. La ragazza lamenta poi le cattive condizioni del mezzo. Suggerisce al fidanzato, con una veemenza che suona d’abitudine, di trovarsi un lavoro e di cambiare quel vecchio catorcio. Al che la macchina da presa indugia su ogni ammaccatura sulla carrozzeria di plastica nera, su ogni crepa e rigatura, sul posto vuoto lasciato dallo specchietto destro. Paul commenta ciascuno di questi danni con la commossa memoria di come l’ha procurato, nel corso di sette anni, rivelando un grande attaccamento alle due ruote che si portava dietro dall’adolescenza. Ci rimane l’impressione che Tina sia troppo carina, premurosa e perbene per risultare soddisfacente in una come quella di Paul; una vita coperta di ruggine e graffi, ma che si tiene alla larga da autolavaggi e carrozzieri. E che, a dispetto di tutti, continua a funzionare.
Grazie a Dio, dopo questa mezz’ora paurosamente convenzionale, il film assume il tono che piace a me: quello allucinante.
Infatti quando Paul scende per strada dopo una lavata sommaria – molto sommaria – quando si chiude alle spalle la porta del condominio, e lancia uno sguardo poco convinto alla via deserta, al suo fedele scooter, legato con un catenaccio rugginoso al palo d’acciaio che sostiene il cartello “divieto di sosta”… rimane con lo sguardo fisso, le mani immobili, mentre la sigaretta gli si consuma tra indice e medio. Esplora, con gli occhi, tutti i difetti della carrozzeria, ritrovandoli mirabilmente al loro posto. Arriva, perfino, a frugarsi nervosamente nelle tasche, ad infilare la chiave nella toppa della sella del motorino, che si spalanca, rivelando i due caschi che gli sono familiari. Eppure qualcosa non va – l’attore protagonista è grande nel disegnarsi quest’espressione di incredulo dubbio sulla faccia, espressione che è un po’ il correlativo oggettivo dell’intera vicenda narrata nel film. Lo scooter è diventato verde. Voglio dire, è sempre stato nero, e noi lo sappiamo, l’abbiamo visto nero in tutte le scene precedenti. Ma ora, pur essendo a tutti gli effetti lo stesso motorino, è diventato verde. British racing green, per la verità. E non è come se qualcuno avesse sommariamente spruzzato del colore con delle bombolette di vernice, anzi. Per accertarsene, Paul arriva ad un gesto che evidentemente gli costa molto: estratta la chiave dalla toppa della sella, la utilizza per rigare il fianco dello scooter. L’inquadratura indugia, a questo punto, sul portachiavi in metallo argentato, raffigurante uno sghignazzante teschio con addosso un cappello da curato. Subito il dettaglio si sposta sulla nuova ferita della plastica, che non è verde solo in superficie, ma anche in profondità.
Scuotendo la testa, Paul sputa a terra. Paul ci è stato presentato, finora, come un tipo, se non completamente razionale, a suo modo pragmatico. Un tipo, insomma, che non ama supporre improbabili convergenze tra i misteriosi segni bianchi sulla copertina di The Idiot (1977) e lo scioglimento dei New Order, tra i teleobiettivi preferiti da Stanley Kubrik e l’allunamento del ’69, tra l’FBI, Walt Disney e i messaggi subliminali ne La Sirenetta (1992). Un tipo, di contro, che trovandosi di fronte alla sella aperta non dimentica che il motorino, verde, nero o a pois, va pur sempre a benzina. Così non manca di svitare il tappo del serbatoio per controllare il livello del carburante secondo il tradizionale metodo che, fin dagli albori dell’umanità, ha contribuito all’incendio e all’esplosione di un numero in calcolato di veicoli a scoppio. Ovvero facendosi luce con l’accendino, avvicinando la fiamma alla bocca del serbatoio. Naturalmente, nel film, lo scooter non salta in aria e Paul non viene ricoverato con gravi ustioni al volto, anche perché di benzina, nel serbatoio, non ce n’è.
«Che serata di merda», commenta Paul sputando nel mezzo della strada deserta. Guarda nervosamente l’orologio, sta accumulando ritardo. Si allontana per la strada vuota, che muore in un cantiere dalle recinzioni arancioni. E’ apprezzabile, a questo punto, la scelta della fotografia: un singolo carrello in alto abbraccia Paul di spalle, la voragine dietro le palizzate del cantiere, che occupa un’intera piazzetta circolare all’incrocio tra quattro strade, e, dall’altra parte, le luci al neon di un distributore di benzina. Paul passa ai piedi di un cartello che annuncia la costruzione di un parcheggio sotterraneo. Attraversa la strettoia pedonale tra le vetrine di negozi chiusi e la recinzione; intravediamo l’entità della voragine di terra nera e cemento, una gru immobile, le fauci di una ruspa, minacciosamente quieto. Incrocia tre uomini vestiti d’arancione, e due vecchie. Arriva al distributore. Sotto la luce gialla, livida, irreale, il sorriso di un vecchio benzinaio in tuta e cappello da baseball. I pugni piantati nei fianchi, sembra stia aspettandolo proprio Paul. Senza che quest’ultimo dica niente, il vecchio inizia a colmare di carburante una tanica da cinque litri, continuando a fissarlo con un invariabile ghigno.
«Tenete aperto fino a tardi, eh?», domanda il nostro, un po’ sconcertato.
«Tutto quello che deve succedere», risponde il vecchio, gli occhi nascosti dal frontino puntati sulla strada morta, «succederà stanotte.»
Campo totale sul distributore. Paul paga frettolosamente e se ne va con la tanica in mano.
Ripercorre la strettoia, incrociando tre vecchie e quattro uomini vestiti d’arancione. Inizia anche a piovere. Due cinesi affiggono un manifesto senza disegni, coperto d’ideogrammi, sopra una saracinesca abbassata e imbrattata di tag smunte. Paul tira dritto verso il cartello di divieto di sosta dov’era parcheggiato lo scooter, che naturalmente non c’è più. La catena, beffardamente, è ancora al suo posto. Intatta. Ma il motorino non c’è più. Paul posa la tanica a terra, rimane perfettamente immobile. Gocce di pioggia gli scendono sul viso; non sapremo mai se sta piangendo. Alla fine di toglie di tasca il pacchetto di sigarette, solo per trovarlo vuoto. Così se lo lancia dietro le spalle, mentre riprende a camminare tra l’asfalto e la pioggia. Un uomo incappucciato in una sorta di tela cerata arancione raccoglierà quello stesso pacchetto da terra, ne estrarrà una sigaretta e, la schiena contro il cartello “divieto di sosta”, se la accenderà. Secondo un espediente noto all’estetica del film noir, la luce dell’accendino rivelerà nuove ombre sul volto dello sconosciuto. Ma a quel punto, Paul sarà già troppo lontano per notarlo.
La scena successiva si svolge sottoterra. Paul è sceso in una stazione della metropolitana; anche qui c’è pochissima gente: una vecchia cinese e due uomini che sostituiscono i cartelloni pubblicitari di un deodorante con quelli di un musical indiano. Benché il musical sia indiano, il cartellone è coperto di ideogrammi cinesi. A questo punto, Paul nota che tutti i cartelloni pubblicitari sono in cinese. Lancia un’occhiata ad uno schermo al led, che recita: prossimo treno, 14 minuti. C’è tutto il tempo per una pisciata, deve dirsi Paul, perché si avvia verso i cessi.
Due uomini muscolosi in canottiera a righe e cappello da marinaio si zittiscono improvvisamente quando Paul apre la porta della toilette. Paul nota un paio baffi neri, eccessivamente lucidi, ed un silenzio meno imbarazzato che imbarazzante. Almeno per Paul, che si riallaccia la patta, si allontana dall’urinale ed entra in un cacatoio assicurandosi di chiudere bene la porta. Minge, e la pisciata dura abbastanza perché la macchina da presa esiti sulle scritte che ricoprono i muri. Ci sono insulti e numeri di telefono. Ci sono minacce e risposte in colori diversi. Scarabocchi a tema fallico, prefissi di cellulari e telefoni fissi, come un elenco, come un insieme di riferimenti bibliografici a una biblioteca occulta.
«Ma perché cazzo non me ne sono rimasto a letto.» si domanda Paul, tirando mentre l’acqua dello sciacquone scompare in un vortice.
Tornato al binario, il nostro nota che il led segna ora 16 minuti al prossimo treno. «Ma che diavolo…?» Due cinesi, frattanto, infrangono con una spranga il vetro che protegge la bacheca pubblicitaria, e, con una rapidità furtiva, sostituiscono al cartellone del musical indiano un poster senza disegni, coperto di ideogrammi stampati in arancione.
Non appena escono di scena, il treno entra in stazione. Il led segna ora il numero zero. Le porte scorrevoli del vagone si spalancano giusto di fronte a Paul, che entra con una certa titubanza.
Paul prende posto posando a terra la tanica di benzina. Il vagone è deserto, il pavimento, cosparso di giornali free-press. Paul ne raccoglie uno, che titola: «Emergenza ciclomotori: è boom dei furti». Paul bestemmia e volta la pagina con una rabbia annoiata. In fondo al giornale, legge l’oroscopo.
«Le stelle vi invitano a dedicare il vostro tempo all’amore e all’appagamento dei sensi. Affari e viaggi nascono sotto ottimi auspici.»
«Stronzate!», tuona Paul, e gira di nuovo pagina. Lo spazio culturale è principalmente occupato dalle colonne di un articolo con un vistoso errore grammaticale nel titolo: «In mostra il celebre artista pecinese». Incuriosito, Paul legge ad alta voce l’articolo, che non specifica né il nome, né il tipo d’arte praticata dal “noto artista”. In effetti, l’articolo tratta la Cina, la mostra, e l’arte in generale in termini talmente vaghi da far dubitare della benché minima familiarità dell’autore con uno qualsiasi di questi concetti. L’ambiguità dello scritto è talmente fastidiosa che Paul sta per stracciare il giornale, quando nota che l’unica foto che correda l’articolo rappresenta la cella di un carcere, il cui unico arredo è il poster di un musical indiano, ma coperto di ideogrammi cinesi. Paul allora strappa l’angolo della pagina in cui è riportato l’indirizzo della galleria d’arte in questione, se l’infila in tasca, e poi richiude il giornale. Confronta la data sulla prima pagina con quella sul quadrante del suo orologio da polso. Il quotidiano è del giorno prima.
Paul scende ad una seconda stazione della metro. Dall’altra parte della banchina, un treno sta partendo in direzione opposta. Ma quando entrambi i treni se ne sono andati, Paul nota un terzo binario nella stazione. Non c’è una banchina per raggiungerlo, eppure sta lì, lucido, e corredato da gallerie oscure. «Scusi, dove porta quel binario?», domanda Paul ad un addetto dei trasporti. «E che ne so io», risponde l’altro, mentre smanetta con un pannello di comandi sul muro, «non può controllare sulla cartina?»
«Ma la cartina dice che di qui passa una sola linea della metropolitana.»
«Infatti è così.»
«Ma allora…?»
«Allora, se la cartina dice così, è così. E lei chi cazzo sarebbe? Come si permette di presentarsi qui, a quest’ora della notte, a porre domande che non la riguardano?» La voce è alterata, stridula, quasi un falsetto.
«Senta, era soltanto una curiosità…»
«Ma perché non se ne torna a casa sua, piuttosto? Ma si è visto in faccia? Lei puzza. Mi fa schifo solo a guardarla. E non mi tocchi! Non mi metta le mani addosso! Lurido pezzente! Sicurezza! Sicurezza!»
L’eco di uomini in corsa rimbomba nel corridoio sotterraneo, sempre più vicino.
«Lei è completamente fuori di cervello!»
«E lei è una merda! Merda! Viene qui a fare che? Ad insegnarmi a lavorare? Il mio lavoro? Proprio lei? Parassita! Nullafacente di merda!»
L’uomo sta per strangolare Paul, quando i due ragazzi dell’azienda di trasporti arrivano di corsa. Lo prendono per le braccia e lo trascinano via, mormorando scuse indistinguibili a proposito di nervi e turni notturni. «Si crede meglio di me? Non è nemmeno capace di pisciare dritto! Disoccupato! Checca del cazzo!»
La testa dell’uomo è paonazza ed urlante ed abbandonata sulla spalla destra, e solo un attimo prima che scompaia, trascinata dietro una porta riservata al personale, Paul riesce a distinguervi un inquietante strabismo, e peggio, un paio di baffi neri ed eccessivamente lucidi.
Paul cammina per una strada buia, la tanica di benzina nella mano destra. A tratti, con l’indifferenza del lampo, fari di automobili passano e scompaiono nella notte. I marciapiedi sono puntellati simmetricamente di paletti d’acciaio. Ai paletti sono legate catene, alle catene, lucchetti serrati e intatti. Ma nessun motorino. Neanche un singolo scooter.
Paul gira l’angolo; s’imbatte in una camionetta dai colori militari, attorno alla quale un crocchio di quattro frati francescani sta fumando e sghignazzando.
«Scusate, fratelli, non avreste una sigaretta?»
«Ma certo, figliuolo; prendi un’Abbazia Strong!» Al che la macchina da presa inquadra il frate con la luce circolare di un lampione dietro la tonsura, mentre solleva il pacchetto di fronte a Paul in un gesto che sa tanto di eucarestia quanto di televendita. L’obiettivo stringe quindi su una delle immagini a mio avviso più significative dell’intera pellicola: il pacchetto di Abbazia Strong. La confezione color crema è decorata dal ritratto di un francescano in sandali e saio, confortevolmente bonario nella sua pinguedine, che solleva indice e medio della mano destra in un benevolo saluto, mentre con la sinistra distribuisce, a mo’ di corpus Christi, sigarelli artigianali a tre fanciulli festanti. Sotto l’illustrazione, anziché le solite avvertenze tipo “Il Fumo Uccide” o “Fumare Causa lo Scioglimento dei Ghiacci”, il pacchetto ammonisce: “Ama la Vergine Maria!”.
«Le piace la sigaretta?» domanda il frate a Paul.
«Ah, certo… veramente io pensavo che… beh, insomma, voi…»
«Che ai servi di Dio fosse proibito il sapore del tabacco?» E scoppia una clericale risata.
«E’ un errore teologico assai comune», interviene un fraticello più giovane, «ma in fondo, non renderemmo un buon servigio al Signore discriminando il tabacco dagli altri verdeggianti frutti che Egli ha tanto generosamente distribuito sulla terra…»
«Vede, fu nell’anno di Grazia MDCCLI che Fratel Nico, di ritorno da una missione nel Nuovo Mondo, sottopose al soglio pontificio un tabacco di tale pregevolezza da commuovere Sua Santità.»
«Da allora, le sigarette Abbazia Strong hanno perpetrato l’opera di Fratel Nico, elevando il tabagismo a conforto del givinetto e a veicolo lodevole della Parola.»
«Le vie del Signore sono infinite.», aggiunge il quarto frate, che non ha aperto bocca fino a quel momento.
«Usate le sigarette per convertire nuovi fedeli!?»
«Soprattutto nelle Afriche, caro giovanotto. Pensate che vi sono villaggi, laggiù, in cui i bambini non hanno mai visto un pacchetto di sigarette!»
«Terribile.»
«Altroché. D’altronde, in quei luoghi remoti, la scoperta del fuoco è talmente recente che è facile acquistare una miniera di diamanti, quando si è disposti a scambiarla con un accendino nuovo.»
«E lei, giovanotto, non vorrebbe donare qualcosa a questa povera nigrizia, che si consuma di fame sotto il sole ardente?»
«Beh, io…»
«Quella tanica, ad esempio. Non contiene forse del carburante?»
«Sì, padre.»
«E allora, suvvia, fratello mio, ne versi il contenuto nel nostro serbatoio, poiché lunga è la strada che conduce al regno dei Cieli, e noi non siamo che pellegrini di passaggio.»
«E questo sarebbe il vostro pulmino parrocchiale?», domanda Paul fissando l’enorme mezzo mimetico.
«Le vie del signore sono infinite», ripete il quarto frate, mentre si cura i denti con la punta di un coltello a serramanico.
Con una scrollata di spalle, Paul vuota la tanica nel serbatoio del fuoristrada militare. «Ad ogni modo», mormora tra sé e sé, «questa benzina non mi serve più a niente. E quella sigaretta era davvero buona».
«Padre», chiede infine Paul al frate più anziano, mentre gli altri prendono posto in vettura, «le capita mai di vedere… segni? Segni che le sono messi davanti agli occhi. A cui non riesce a dare un senso.»
«Caro figliolo», risponde il sacerdote, una mano sulla spalla di Paul, «i segni sono dappertutto. Basta saperli vedere.»
«Ma che cosa rappresentano, padre? Cosa significano?»
«I segni sono infiniti, ragazzo, e misteriosi. Ma il significato, il significato ultimo, è uno soltanto.» Ed indica il cielo muto sopra la città.
«E’ come se stesse accadendo qualcosa, Padre. Qualcosa di grosso, proprio attorno a noi. E’ qui ed ora, e non ho la minima idea di che cazzo sia.»
«E ti spaventa, non è così? Abbi fede, figliolo. La fede è la risposta, e l’unica alternativa alla paura.» Il frate mette in moto il mezzo e passa un biglietto da visita a Paul attraverso il finestrino abbassato. «Ora devo andare, Paul. Ma prendi questo; se avrai ancora dubbi, vienici a trovare. Troverai la porta aperta.»
«Preti!», mormora Paul mentre la targa dell’esercito scompare nell’oscurità. «Sempre pronti a seppellirti di stronzate!» Poi lancia un’occhiata al bigliettino da visita. E’ coperto di ideogrammi.
Paul lo straccia, e riprende a camminare. Sirene di vigili del fuoco in lontananza. Un vociare indistinto. Poi, l’inconfondibile odore di bruciato. Dopo alcuni passi, viene travolto da una dozzina di uomini vestiti d’arancione, che lo investono nella loro corsa, lasciandolo a terra, e scomparendo all’orizzonte. Paul si rialza, si spolvera, raccoglie la tanica di plastica ormai vuota. Girato l’angolo, vede il capannello di curiosi, i getti poderosi degli idranti, le fiamme che salgono da una vetrina infranta, fino a lambire un’insegna già mezza carbonizzata, che dice: “la Grande Muraglia”. Paul rovista nelle tasche fin che non emerge un lembo strappato di carta di giornale. Confronta l’indirizzo sul pezzo di carta con quello della “Grande Muraglia”. Corrispondono.
«Senta, ma quel posto… quello che sta andando a fuoco… non era per caso una galleria d’arte?», domanda Paul a una vecchietta di passaggio.
«Arte? Nossignore. Quella era una motofficina. Altro che arte! Dio solo sa che affaracci organizzavano quei cinesi, là dentro.»
«Una motofficina di cinesi!? Con quel nome? Ma è proprio sicura, signora?»
«Senta, giovanotto, abito qui da cinquantatre anni, e perdiana, conosco la gente che gira da queste parti. A lei, ad esempio, non l’ho mai vista. Che ci fa da queste parti? E che diavolo ha in mano? Una tanica!? Criminale! Polizia! POLIZIA!»
A questo punto del film, il regista ha voluto inserire una scena – una caduta di stile, secondo me – in cui Paul viene inseguito da una banda di cinesi inferociti, armati di spranghe, fiaccole, e perfino qualche forcone. E’ una classica sequenza slapstick che vanta innumerevoli precedenti, ma nella fattispecie, non mi pare faccia così ridere. Anche perché, naturalmente, per quando Paul corra a gambe levate, non riesce ad evitare di buscarle. Piuttosto inspiegabilmente, il linciaggio gli viene risparmiato. I cinesi si limitano a spaccargli la faccia, e ad un tratto, senza alcuna ragione apparente, lo abbandonano sanguinante in un vicolo, disperdendosi nel più perfetto silenzio. Vediamo alcuni di loro calarsi in un tombino, un paio si arrampicano su un lampione.
Nella scena successiva, Paul, ridotto ad una maschera di sangue, entra nel bar in cui aveva appuntamento con la donna. Le luci sono quasi tutte spente. Il locale è completamente vuoto, fatta eccezione per il barman con un occhio di vetro ed un unico cliente, seduto al bancone. Tra i due sta quella che appare come una statuetta di bronzo, ma non appena Paul mette piede nel pub, il barman la copre di scatto con un sacchetto di juta.
«E lei che vuole?», domanda a Paul.
«Ho appuntamento con una donna», risponde lui.
«Qui non c’è nessuna donna, come può vedere. Ed anche se ci fosse, se la darebbe a gambe a vederla conciata così.»
«Senta, è stata davvero una nottata di merda. Mi lasci almeno dare una sciacquata nel bagno, e poi me ne andrò.»
«D’accordo. Ma veda di non sporcare tutto di sangue. Quel cesso è già un bel merdaio per conto suo.»
«Gentilissimo.» risponde Paul.
Mentre si sciacqua il volto tumefatto, il nostro sente il barman e l’unico cliente contrattare su un prezzo, apparentemente piuttosto alto. Quando esce dal bagno, l’oggetto sul bancone è scomparso, ed il barman appare più rilassato.
«Beh, addio allora.», lo saluta Paul.
«No, ehi, amico, perché non ti siedi un attimo? Prendi un bicchiere, offre la casa. Magari la tua amichetta arriverà tra un po’.»
«Magari se n’è già andata da un pezzo.»
«Questo no davvero. Sono stato qui tutta la sera. Se entrava una donna senza compagnia, sta sicuro che la notavo. Avanti, prendi una sedia.»
«E va bene.»
«Ma che ti è successo?», domanda l’altro cliente, la voce stridula, il volto celato dall’oscurità.
«Beh, se proprio lo vuoi sapere, una banda di cinesi mi ha inseguito e picchiato a sangue. Mi hanno preso per un piromane.»
«Maledetti musi gialli! Non vuoi chiamare la polizia?»
«Ha! Credo mi sbatterebbero subito al fresco.»
«E perché?»
«Ora ascoltami bene, amico. Io non so che cazzo mi stia succedendo, questa notte. Tutto quello che volevo era incontrare questa donna, che tra l’altro non conosco affatto. Pensavo di cogliere l’occasione, bere qualcosa con lei, e poi chissà. Ma mi hanno fregato il motorino. E prima di questo l’avevo visto cambiare colore. Quindi ho preso la metro, e un finocchio vestito da marinaio mi ha seguito, non so come diavolo abbia fatto, forse con una linea segreta della metropolitana, fatto sta che quando sono sceso dal treno era già là, travestito da ferroviere. E come se non bastasse, ho incrociato preti con un camion dell’esercito, e sigarette cattoliche, ed ideogrammi e poster di musical cinesi, anzi, indiani… ed infine mi hanno anche menato! Lo so, lo so, sembra ridicolo anche a me. Ad ogni modo, l’ultima cosa che intendo fare, ora, è andare a chiacchierare con gli sbirri. Mi sbatterebbero al fresco per vagabondaggio, come minimo, o in manicomio.»
«E farebbero bene.», commenta l’altro avventore. «Dimmi, da quanto tempo soffri di paranoia?»
Paul, a questo punto, fissa il fondo del bicchiere, ma rimane completamente calmo. «Paranoia? No davvero. Non io, per lo meno.»
«E perché no? Eppure questa città ci offre un sacco di spunti per una teoria del complotto. Abbiamo telecamere, ora, con la scusa del traffico e delle banche. Obiettivi puntate sulle strade, agli ingressi della metropolitana, 24 ore al giorno; abbiamo autobus con la scatola nera, e sbirri in tenuta antisommossa anche quando non sta succedendo niente. Vigili urbani a cavallo, certo, ed intercettazioni telefoniche, impronte lasciate dal bancomat e dal gsm su circuiti elettronici perfettamente tracciabili. C’è il gergo non così segreto dei politici corrotti e quello, ancora più incomprensibile, degli indici di borsa. E ci sono questi giornalini stampati male e scritti peggio, ci seppelliscono, e titolano con negri che stuprano dodicenni e coreani che evadono le tasse e mafiosi che sparano col mitra dalla finestra del carcere ammazzando i poveri stronzi che camminano per strada.»
«E’ vero», risponde Paul, «la paranoia è ampiamente pubblicizzata. Ci sono spot in cui la fanno vedere, è una stanza confortevole in cui puoi rinchiuderti, è soffice e ovattata e fatta su misura per te, esattamente come una tomba. Ci sono ditte specializzate che per un modico prezzo mensile ti costruiscono attorno la tua personale teoria del complotto.»
«La paranoia semplifica la vita», aggiunge il barman scrutando la strada deserta in uno schermo da dieci pollici in bianco e nero, «perché riduce la complessità dell’universo. Ogni evento, anche il più complesso, diventa lineare, e tutte le linee convergono verso un unico punto: il buco del tuo culo.»
«Riesci sempre a volgarizzare tutto, tu!», si indigna il cliente dalla voce stridula. «Tutto si riduce a buttarlo nel culo e a cercare di non prenderlo.»
«Perché, che altro c’è, oltre a questo?»
«Ci siamo Noi, ci sono Loro, e c’è una lotta che va ben al di là della tua sopravvivenza, della tua integrità anale, coinvolge ogni aspetto della tua vita organica ed intellettuale, a tutti i livelli. La paranoia non è un sottoprodotto dell’individualismo, ma la sua pietra d’angolo, lo scintillante motore della società occidentale.»
«La paranoia», sospira Paul, «è soltanto un’altra metanarrazione.»
«Non so che diavolo intendi dire.»
«Che richiede fede. Non puoi nemmeno sfiorare l’idea di essere al centro di una cospirazione, senza un’incrollabile fede in te stesso.»
«E tu non credi in te stesso?»
«Per niente.»
«Sporco comunista!» urla l’avventore, e getta una manciata di monetine sul bancone, mentre si infila il cappotto. «E in che cosa credi, allora?»
«Credo che se una farfalla sbatte le ali in amazzonia e contemporaneamente un terremoto distrugge Tokio, la farfalla non è parte di una cospirazione contro il Giappone, né il terremoto è parte di una cospirazione contro la farfalla. Possiamo supporre un rapporto di causa ed effetto tra i due eventi, così come tra il furto del mio motorino e tutti quei cinesi. Ma non sappiamo il motivo di questo rapporto, non ne abbiamo la minima idea, e non arriveremo mai nemmeno vicini a sfiorarne il significato.»
Il bevitore scuote la testa, si mette un cappello in testa, raccoglie da terra un sacchetto di juta, non senza un certo sforzo, ed esce dal bar, senza dire una parola. Prima che la porta sbatta alle sue spalle, Paul fa in tempo a notare i suoi baffi neri, ed eccessivamente lucidi, nel riflesso della luce della luna.
«E’ davvero così che la pensi, amico?»
«Direi di sì.», risponde Paul scolando l’ultimo sorso di brandy.
«E allora», fa il barman con aria amichevole, «ti consiglio di non perdere altro tempo qui. Quella donna non verrà. Non sei ancora pronto per incontrarla.»
C’è una certa violenza sullo spettatore, da parte del regista, nel caricare la storia di così tanta aspettativa e di troncarla deliberatamente senza dare alcuna spiegazione plausibile, per di più inserendo un dialogo tanto credibile quanto modesto. C’è un sostanziale sadismo nel voler girare un film volutamente insoddisfacente per chi lo guarda, e non credo siamo in molti ad apprezzarlo.
Comunque, è solo poco prima di scendere nuovamente i gradini della fermata della metro, che Paul lancia finalmente uno sguardo al cielo, notando che la luna è piena, e orrendamente rossa. Ma a quel punto, gli echi dell’inarrestabile marcia dei motorini e degli uomini arancioni ha già iniziato a rimbombare tra i palazzi, a scuotere le traballanti fondamenta della città, come un cerchio che dalle baraccopoli, dai cadenti palazzoni delle periferie, si stringe verso il centro, per le strade e per i vicoli, compatto come una muraglia, nel rombo di motori a due tempi e marmitte truccate, più forte, sempre più forte…

